1. Reverse Engineering
Uno, due... un leggero brivido dietro il collo, cinque, lo stomaco come un pugno di spilli, sei, sette.
Anche quella mattina erano sette le costole visibili al di sotto della flebile pelle grigiastra trapassata da pallidi sentieri di vene blu. Come ogni mattina, la prima cosa da fare dopo il lento e faticoso ritorno dalla realtà onirica, era contarsi le costole. Passava i polpastrelli sul suo busto, con la leggerezza decisa dei ciechi che tastano le pagine dei libri per non vedenti, per conoscerne il contenuto.
Digitava piccoli ghirigori con i polpastrelli su quelle ossa sporgenti, seguiti dalla perlustrazione delle spalle, dei linfonodi dietro le orecchie, della schiena che era possibile toccarsi da sola, in un auto-abbraccio privo di intenzione affettiva.
Anche quella mattina, nonostante la magrezza ormai patologica, il pavimento sotto di lei subiva affossamenti, come se camminasse sulla sabbia bagnata o su un materasso memory: anche quella mattina i suoi piccoli passi susseguiti con cautela, lentamente lasciavano sul pavimento un’impronta che per qualche secondo rimaneva lì, come un’attesa illusa, per poi dissolversi e far ripristinare la superficie iniziale. E come succedeva sui pavimenti, così per le sue scarpe: tutte si erano sformate, sfondate, affossate sotto il peso gravoso della sua persona. Per questo aveva deciso di diventare bulimica, perché le sembrava l’unica soluzione per un problema che riguardava unicamente il suo peso corporeo.
Uno sbadiglio rassegnato, un occhio fuori dalla finestra; anche quel giorno avrebbe regnato il sereno variabile. Pozzanghere di cielo limpido osteggiate da folte e gravide nuvole grigiastre. Comunque, tornando a lei, era comprensibilmente imbarazzata da questo inspiegabile fenomeno, che l’aveva portata ormai ad una emarginazione sociale forzata e ad abitudini di vita bizzarre. Aveva ricoperto i pavimenti di casa con tappeti, sul cui tessuto chiunque avrebbe provocato dei ripiegamenti, lasciato delle impronte. Stessa cosa per le sedie, a cui aveva annesso cuscini e tessuti, per il cesso, su cui aveva disposto una specie di cuscinetto igienizzabile di gomma. Viveva con altre persone, per cui era costretta alla dissimulazione anche dentro casa. I suoi coinquilini avevano numerose tesi su di lei, più o meno patologizzanti, ma le lasciavano fare quelle stranezze e addobbare casa in quella maniera perché tutto sommato era una casa di artisti e letterati, solo cibo bio, piantine appese ovunque, nessuna connessione internet e tutti quei tappeti rendevano l’atmosfera molto dandy ed eclettica.
Quando le bollette scadute o il frigo deserto o la necessità di una connessione internet la costringevano ad una trasferta fuori casa, era costretta a camminare molto velocemente, per non far accorgere le altre persone del suo problema: ma perché il pavimento non la reggeva? Pesava così tanto? C’era forse una legge fisica non ancora scoperta di cui lei era l’erronea e cruciale foriera, come spesso accade nella scienza? Da tante strade sbagliate si arriva a una verità certa, forse la sua stranezza gravitazionale avrebbe fatto scoprire fondamentali leggi che regolano l’universo e che avrebbero scombinato per sempre la nostra comprensione del cosmo. Ma come può la storia della civiltà essere stravolta da un evento che coinvolge un solo essere umano? O forse aveva una percezione distorta e allucinata che le procurava quell’effetto ottico, ma si trattava di pura immaginazione; in quel caso le leggi che avrebbe dovuto scoprire sarebbero state ancora più sconcertanti, perché si trattava di qualcosa che avrebbe scombinato irrimediabilmente il suo proprio cosmo.
L’ipotesi più plausibile, a suo avviso, era che dopo l’incidente il suo corpo avesse subito una specie di metamorfosi biochimica, che influenzava momentaneamente anche la realtà fisica circostante (le superfici su cui si posava venivano modificate, ma poi si ripristinavano); ipotesi plausibile ed inverosimile, mi direte, eppure era la cosa più sensata da pensare. Ad ogni modo, questo ragionamento di ingegneria inversa, da progettista al contrario che deve ricostruire il progetto iniziale a partire dall’esito piuttosto anomalo di quello stesso progetto, forniva la più convincente spiegazione, se non altro soddisfacendo il requisito temporale di causa-effetto, dato che proprio dopo l’incidente aveva iniziato ad avere questo problema.
Comunque, dicevamo, le costole erano sette, il cielo a breve plumbeo. Anche oggi mi sono svegliata, che palle, sorso di caffè avanzato, pensiero deprimente in testa, Oggi spacco il culo a tutti, pensò mentre i piedi sprofondavano nel tappeto spugnoso con motivi hawaiani della cucina.
Una delle leggi tacite che nessuno scienziato si è ancora preso la briga di assiomatizzare, ma che vale almeno quanto la certezza che novanta è un multiplo di tre, è che accendere una sigaretta è il modo più efficace per far arrivare un mezzo di trasporto in ritardo. E lei lo sapeva bene, ma voleva non crederci, per una volta. Del resto erano già dieci minuti che si muoveva a destra e sinistra, spostandosi da una gamba all’altra per eludere il suo sprofondamento davanti ai passanti e alle persone alla fermata; il tram non arrivava, avrebbe forse fatto in tempo a rullare la posa del suo Camel Natural, baluardo scrupolosamente centellinato, dell’ennesimo pacco di tabacco che si era ripromessa sarebbe stato l’ultimo. Decidere di smettere di fumare, quindi far durare di più il tabacco rimanente. Chissà perché questo feticismo della fine, del farla durare più a lungo; cosa è “fine”? Del tabacco rimasto, quasi finito, può essere considerato fine? O la fine è un passaggio che perdura, una sensazione più che un gesto, un sostantivo più che una realtà? Se lo chiese con una certa malinconia accendendo la sigaretta, mentre la luce della fiamma dell’accendino unita al suo movimento la fece sembrare una spettatrice autistica di un concerto romantico che non stava avendo luogo.
Comunque, la non morale di questa breve non storia è che il tram puntualmente arrivò al terzo tiro di sigaretta, motivo di una sua rinnovata imprecazione silenziosa e rassegnata.
Mentre condivideva quello spazio angusto in movimento con le persone in sovrannumero intorno a lei, tutte ugualmente rigide e traballanti come bottiglie d’acqua dentro il frigo di un bar, racchiusa nel suo metro e mezzo, distribuiva il suo peso compiendo piccoli movimenti. Oggi spacco il culo a tutti, pensò di nuovo. Il colloquio sarebbe stato alle quattordici, ed era la numero otto. Una posizione che le permetteva di ascoltare un numero sufficiente di competitori, farsi un’idea della commissione esaminatrice, andare in bagno tutte le volte che l’ansia anticipatoria si sarebbe palesata, pensare agli errori della sua vita e agognare una repentina morte, riderci sopra beffarda. Avrebbe anche potuto decidere di non fare più il colloquio, se si fosse accorta del livello troppo alto dei concorrenti. Avrebbe potuto simulare problemi nella connessione se durante la discussione fosse stata in difficoltà. Cazzo ma se mi vedranno affossare? Cazzo!, non ci aveva ancora pensato, Cazzo, ok, chiederò se posso sostenere il colloquio in piedi, dirò che mi concentra di più, dirò che ho un disturbo di iperattività, cazzo avrei potuto scaricare il modulo per persone con disturbi dell’apprendimento, ma io non ho un disturbo dell’apprendimento, io sono solo la prova vivente che la fisica non ha capito un cazzo, forse devo..., il tram frenò bruscamente e cadde addosso ad un signore che sembrava provenire da un caffè della Dublino degli anni Cinquanta, «Mi scusi tanto signore,», «Pff... stia più attenta», si ricompose e ipotizzò il peso del suo corpo che quel dublinese degli anni Cinquanta avrebbe dovuto percepire, ma non riuscì ad immaginarselo.
Il colloquio sarebbe avvenuto in video conferenza, perfetto coronamento di una percezione sociale già piuttosto alienante, e siccome a casa non aveva internet (ma a causa del suo problema non poteva sostare in luoghi pubblici), si rivolse all’unico amico che aveva in città, nella periferia opposta rispetto a casa sua, per essere più precisi.
Tlin tlon, che poi sembra il nome di un antidepressivo, anzi, Driiiiiiiiin driin driii, qualche minuto di silenzio, Iamme, ma che sta ancora dormendo?!, altri secondi di silenzio, poi il tonfo di talloni scalzi iniziò a risuonare in fade-in al di là del portone. Si prefigurò perfettamente la sagoma goffa e scoordinata del suo amico assonnato e ancora strafatto dalla sera prima, anzi dalla probabile notte semi insonne trascorsa a formulare chissà quale algoritmo, codice o droga sintetica.
«Ma non ce l’hai alle due?», «Buongiorno anche a te bagascio», li rispose, poi rovistò in borsa saltellando come sempre, «dai che ti ho portato la colazione», disse mostrando una confezione di Lexotan ancora impacchettata con la meravigliosa carta velina della farmacia e la bustina del bar con un cornetto al carbone ripieno di marmellata ai frutti rossi.
«Che dolce, grazie, non fare caso...»
«Alla merda che hai giro, non farò caso, come sempre»
«Sei proprio una piccola stronza».
Casa del suo amico era davvero un posto osceno, pieno di cartoni di pizza e lattine di birra vuote adibite a posaceneri, oggetti sparpagliati ovunque, strumenti informatici vivisezionati abbandonati all’esposizione impudica dei loro corpi aperti (lui era un ingegnere meccanico, ma anche informatico, ma anche musicista elettronico, ma anche spacciatore), indumenti sporchi accatastati su sedie e divano, puzza di morte, poster sbiaditi di vecchi film che forse lui non aveva nemmeno mai visto. Le serrande, rigorosamente abbassate per via della perentoria persecuzione paranoide che qualcuno potesse spiare i suoi affari illeciti, rinchiudevano quella casa in una penombra densa di polvere, solo i pesci e il neon dell’acquario (che davano all’ambiente il tocco di uno di quei ristoranti degli anni Ottanta in cui mentre schiacci la tua aragosta scelta poco prima, un tizio calvo, grasso e con la mania di masturbarsi con il pene dentro un calzino suona il piano bar dalla sua tastiera elettronica) rappresentavano un elemento di vitalità in quella valle di degrado.
«Guarda, ti giuro che un giorno ti metto a posto questa baracca», disse lei spostando una felpa dei Metallica sporca di sugo dalla poltroncina su cui intendeva sedersi. «Hai messo a posto la stanza, almeno? Non riesco a concentrarmi se c’è tutto quel disordine...», riprese la sigaretta spenta dopo i tre tiri prima del tram.
«Ho messo in ordine e ho tolto le cose dal muro, come mi hai chiesto, rompipalle», rispose lui, estraendo il cornetto dalla bustina. «Secondo te posso mettere le gocce dentro il cornetto?», disse guardando quella brioche in controluce, come i collezionisti guardano le monete antiche.
«Secondo me? Ma sì, dai».
Come promesso, il suo amico aveva sistemato la stanza in cui lei avrebbe fatto il colloquio, e tolto dal muro alcuni poster. Le serviva dello spazio, al di là del monitor del pc, su cui disporre gli innumerevoli post-it redatti nevroticamente con la speranza di avere la maggior parte di stimoli concettuali possibili, richiami che nel minor tempo le avrebbero fatto toccare più punti possibili, dando giustizia a quel progetto contorto e piuttosto incomprensibile che aveva elaborato. Disponendoli, si rese conto di quanto la sua mania di controllo e di specificazione, tutte quelle parentesi fitte di frasi sotto alle numerose parole-chiave, non fossero altro che un tentativo fallimentare di regolarizzare un turbine perpetuo di pensieri sconnessi e ossessivi.
«Ma come fai a capire dove guardare? Datti almeno un orientamento», disse lui con una voce già sbiascicante per l’effetto dell’ansiolitico. Indossava un pigiama così largo che sembrava fosse una gruccia a cui era stato appeso quel completo da notte ma senza manichino dentro.
«L’orientamento non può che essere sempre e solo locale, e parziale. Ogni volta che ci si riferisce ad una sezione della realtà, ad un momento della conoscenza, ad una paranoia della nostra inutile vita, di riflesso ci si occupa di tutti i significati implicati in essi, provenienti da tutte le altre parti del sapere, della realtà, del resto delle nostre inutili vite», fece una pausa. Deglutì, «Tutte le cose sono connesse», continuò lei poggiando le mani sulla scrivania, incurvando il corpo con una tensione quasi solenne, come un atleta che fa del breve stretching prima di iniziare la gara di corsa.
Guardandosi le suole delle scarpe incarnarsi lentamente nel pavimento, scattò in piedi, voltandosi verso di lui: «Ogni concetto è una metaforizzazione di tutti gli altri possibili».
Lui si grattò le palle, e non troppo convinto da quella spiegazione, ma rimastone in qualche modo affascinato, commentò, «Quindi se ti dico “reverse engineering” tu dici che è una metaforizzazione del concetto di, boh, “psicoanalisi”?».
«Non potevi fare un esempio più inconsapevolmente azzeccato, my darling».
Quattordici meno dodici.
Il Lexotan è un dono del Signore, pensò lei guardando la boccina che assorbiva la luce del monitor trasformandola in un caldo richiamo ottico. La boccina era lì per l’occorrenza. Per sicurezza.
Come piccole onde di un mare intimo, muoveva avanti e dietro le dita dei piedi dentro le Vans consumate. Il cielo era definitivamente grigio, le costole sempre sette.
Lanciò una rapida occhiata agli innumerevoli post-it dal contenuto per nulla sintetico, illusoria garanzia nel caso in cui avrebbe perso la parola durante il colloquio. Mossi dalla corrente creata dalle finestre aperte, si adeguavano al movimento dei rami dei tigli, visibili dalla parte di finestra scoperta. Fino a poco tempo prima era convinta di avere tutto sotto controllo, ma la verità era che non aveva la minima idea di cosa stesse accadendo, di cosa stesse facendo.
Sarebbe stato facile e conveniente accontentarsi di una di quelle frasi pseudo zen secondo cui a volte non serve sapere con chiarezza cosa sta succedendo, e bisogna abbandonarsi all’esperienza fluida del presente. All’accettazione apatica delle cose. Ma lei non ha mai creduto a quei discorsi. Non ha mai creduto di poter offendere la sua intelligenza e capacità di azione affidandosi a quella sovrastruttura asfissiante e deresponsabilizzante che è il “destino”.
Si guardò le braccia, il colorito che stava assumendo sembrava quello delle mele aperte rimaste in frigo due giorni. Chissà che sapore aveva il cornetto al Lexotan... cornetto al Lexotan, che pigro di merda, nemmeno un bicchiere d’acqua aveva voglia di procurarsi.
I post-it facevano come delle “ola” in uno stadio, mossi dal vento, cantavano un coro immaginario e silenzioso dalla curva nord della parete: Spac-ca-gli-il-cu-lo-o-o anche se hai un black-o-o-o-u-t, immaginò. Non mi ricordo un cazzo. Cosa voglio dire con la mia tesi? Cosa voglio proporre?
Quattordici meno sei.
Fece l’accesso sulla piattaforma per la video conferenza, meglio prima che tardi. Batteva rumorosamente le unghie consumate dai canini sulla scrivania impolverata.
Cosa ci faccio qui, cosa devo dimostrare? Le uniche cose che so sono che ho avuto un incidente, ho perso molte cose. Tutto è connesso, ma io a cosa sono connessa? A cosa resistono le connessioni, una volta stabilite? Quando si rompono, smettono davvero di connettere? Le connessioni sono scie destinate a dissolversi, come la schiuma del mare dietro i motori delle barche, o sono come traiettorie incise nel terreno, scavati dal passaggio di cingolati? Io sono in un profondo abisso, potrei lasciare quaggiù il mio problema. Invece rimango ancorata al fondale. Il mio problema mi tiene sul fondale, il mio corpo non è sottoposto alla legge gravitazionale, alla spinta di Archimede, il mio corpo sfida la fisica, la logica, la biologia, la psicologia. Il mio corpo non risponde ai miei comandi, non riesco ad alzarmi, sono qui che cerco disperatamente una via di fuga eppure non riesco a fuggire.
Guardò lo schermo del computer, vide delle forme colorate pallidamente muoversi in modo semi impercettibile, disposte in una posizione che le ricordava qualcosa che non riusciva a riconoscere. Era il suo volto, ormai lontano mille anni luce dalla sua autocoscienza, che si muoveva verso il basso, spinto dalla forza incomprensibile di quel recalcitrante abisso.
Quattordici e zero due.
«I candidati sono pregati di preparare un documento d’identità, rispondere “presente” quando interpellati e di spegnere subito dopo il microfono, per evitare interferenze».
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