sonic youth mentre piscio
una cosa che mi fa molto ridere sono le persone che indossano t-shirt con nomi di città.
pensate alle signore del ceto basso che si incontrano in metro un po’ trasandate, alle prese con video visibili dai loro smartphone ereditati dai nipoti, video su facebook scrollati con quelle dita solcate da bizzarre manicure fluorescenti, video di bambini africani che ballano complesse coreografie, mentre con una mano reggono dalle due alle cinque buste della spesa, affaticate, piene di cazzi loro, e con la scritta NEW YORK CITY o CHICAGO sul petto, ingigantite dalla grandezza spropositata del loro seno, sempre enorme, un seno che ha allattato almeno tre bambini e un tempo vezzo sessuale altrui, oggi fardello che peggiora quotidianamente il mal di schiena.
ma sono t-shirt usate anche dai giovanotti etero basici che puzzano di acqua di colonia dozzinale e gel, ascoltano la trap e indossano magliette con la scritta LOS ANGELES o MIAMI, guardacaso sempre città degli stati uniti, questa volta senza alcun rigonfiamento, essendo denutriti e tendenzialmente ancora in pubertà, per cui con assenza di massa muscolare (alternata tutt’al più da presenza di tettine da massa grassa).
mi fanno ridere perché trovo ci sia un’ingenua, viscerale ed inconscia voglia, anzi, necessità di evasione, un desiderio nascosto di altri mondi, paventati e messi in mostra quasi fossero realmente i propri mondi. me lo scrivo sul petto, perché ci credo.
come scrivere qualcosa sulla pelle, per appropriarsene in modo eterno.
invece la realtà è un’altra, ben più cruda e prosaica: sei solo un superstite dell’estate in città e, vestito di merda, con le prime cose trovate, vaghi per le sue vie cercando di sfuggire al senso di svenimento e alla noia che divorano i lunghi pomeriggi di luglio, sotto il sole cocente, nella speranza di trovare momentaneo ristoro nell’aria condizionata di qualche catena multinazionale, oppure in un gin tonic con gin base.
ma sto parlando di loro, o sto parlando di me?
sto parlando di noi…
beh io però non indosso quelle orribili magliette, al massimo solo t-shirt di band sconosciute ai più o camicie prese al chilo al mercato dell’usato. che poi rientro in una categoria ben definita anch’io, però, detta fra noi, penso di essere un po’ meglio.
comunque.
sto pensando queste cose perché oggi a lavoro Giulia indossava una maglia con la scritta “WORLD”, il che è ancora più coestensivo delle precedenti città. mi ha fatto ridere ma anche riflettere, come spesso si dice: perché indossare una maglia con su scritto “mondo”? che relazione intercorre tra il mondo e un abito, a parte quello degli sfruttamenti intensivi di esseri umani, animali e terreni?
sto pensando queste cose perché non voglio pensare a nient’altro che sciocchezze.
la cosa che mi faceva più sorridere di lei, invece, è che indossava sempre gli occhiali.
per guidare e stare al computer, ovviamente, ma anche per cucinare, stare al telefono, fare la lavatrice e scopare.
quando scopavamo era molto buffo il movimento della sua montatura plasticosa che faceva su e giù, insieme al suo seno, alle sue guance, alla sua frangetta, al suo respiro affannato.
quando raggiungeva l’orgasmo, aveva i palmi delle mani stesi, le pupille infuocate, e si fermava per un secondo, durante il quale la montatura dei suoi occhiali puntualmente le scivolava un po’ in giù, rendendo quel momento intenso e quasi solenne un po’ meno serio è più tenero.
non dico che l’amassi, non dico che pensassi di stare con lei per sempre. ma c’era in lei qualcosa, qualcosa di molto speciale, qualcosa in lei che era in me, e che avrei voluto esplorare ancora a lungo.
penso questo mentre cerco di non pensarla.
e vado al cesso perché credo proprio di dover pisciare.
lavoro qui da mesi, eppure non mi ero mai reso conto della peculiare tonalità di verde acido delle piastrelle del bagno, opaco ma con leggeri riflessi di luce, di un colore talmente bieco da sembrare quello della pavimentazione di un istituto psichiatrico (almeno di uno di quelli che abbiamo nell’immaginario collettivo, essendo noi figli della cultura cinematografica).
la carta igienica, come sempre al limite della sua durata, giace trapassata in attesa degli ultimi strappi, come una speranza che sa di essere vana ma tenta il tutto per tutto fino al momento del disincanto più totale.
un po’ come il sapone liquido visibilmente diluito (annacquato) nel portasapone di vetro preso in uno di quegli stanchi negozi di casalinghi in cui tutti gli articoli sono uguali, ma ogni consumatore crede di essere unico e con una casa arredata in modo originale.
lei si vantava spesso delle sue capacità ginniche sfruttate per pisciare nei bagni pubblici. diceva di essere campionessa mondiale di squat-urinatore, la posizione assunta nei cessi dei locali dalle donne che hanno la fondata repulsione per la possibilità di contrarre malattie veneree poggiandosi.
così senza motivo ho deciso di provarci.
oh sì voglio provare a fare lo squat-urinatore, proprio ora.
sì, proprio ora. in ufficio.
quindi mi abbasso i pantaloni, poi le mutande, piego le ginocchia e tiro in fuori le chiappe. sarà difficile fare centro, ma ci provo lo stesso.
ed è adesso, mentre inizio a urinare, che mi rendo conto di essere in una scena di un film, o in un sogno, o in un incubo, oppure ho dimenticato di togliere le cuffie bluetooth - e mio malgrado è proprio quest’ultima opzione quella corretta - perché mentre piscio inizio a sentire diamond sea dei sonic youth e la cosa non è certo normale, però è stupenda.
allora inizio a piangere, mentre piscio, e a sporcarmi di urina, perché perdo l’equilibrio e anche la capacità di non pensare.
perdo la capacità di non pensarla.
la sento tutta, fino alla fine, la canzone.
e sento anche lei, nascosta in qualche frammento di emotività rimasta illesa.
sento tutto il pezzo strumentale senza senso, che poteva essere tagliato o quantomeno ridotto, poi mi lavo le mani, le asciugo sui pantaloni, apro la porta coprendo il manico con l’ultimo strappo di carta igienica perché odio i germi, e torno in postazione.
apro un foglio google e inizio a scrivere
tutte le cose convergono verso l’omeostasi
perdono equilibrio ma si ritrovano sempre
nella forma iniziale o in qualcosa di affine
riprendono spazio e si fissano
in un istante perfetto di eterno avvenire.
anche se a scuoterle è stata la fine,
le cose convergono verso l’omeostasi;
branchi di indizi mi fanno capire
che anche stavolta è stata illusione.
immagini appese
all’estremità dell’anima,
come ancore,
per riportarmi sempre qui
al punto di inizio della paura
al punto di fine del nuovo inizio.
nonostante la tempesta che ho creato
per muovere i venti e cambiare il gioco,
le immagini appese
all’estremità dell’anima
sconvolgono la mia capacità di proseguire.
forse lascio tutto e faccio una band.
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