non deve esserci per forza un titolo
riconosco l’idea?
è un destino crudele…
non mi viene in mente nulla, sono bloccata.
ho troppa fame, sono troppo confusa.
certe volte la vita ti scaraventa davanti a scelte radicali, ma estremamente grame. tipo come quando sei davanti alle macchinette e non c’è quasi nulla, a parte dei biscotti visibilmente stantii e adatti a chi è dotato di dentatura ultra resistente, oltre che di apparato gastrointestinale d’acciaio, frutta secca che farà pure bene ma non colmerà certo il vuoto che hai dentro (allo stomaco, in questo momento specifico) e due tipologie di succhi di frutta, uno ai frutti rossi più vitamine (che però costa più dei pochi spicci che hai dietro), l’altro all’ananas (e sappiamo tutti che le uniche persone in grado di apprezzarne le stucchevoli proprietà organolettiche sono quelle che, ancora oggi, credono che dia un sapore migliore allo sperma - pertanto non io).
un destino di alte maree, in un oceano privo di… onde?
non funziona.
prendo la frutta secca, tanto il vuoto non si colmerebbe in ogni caso.
certe volte la vita è davvero una rottura di coglioni.
sbatte in faccia i tuoi errori come schiaffi di vento sulle sponde di una riva di mare in inverno, e non ne vuole sapere proprio niente di come riuscirai anche stavolta a lenire i suoi colpi, a far andare via il rossore, a ricostruire a stretto giro la tua felicità precaria.
penso questo mentre davanti a me una triade di figure riconoscibili come studente-dottorando-professore discutono di cose davvero ridicole legate a non so quale articolo da pubblicare.
lo schiavo (lo studente) cerca di nascondere il suo imbarazzo mentre viene soggiogato dall’aspirante padrone (il dottorando).
il vento era tiepido e le nostre vite lontane… un oceano privo di sponde
meglio.
questa frutta secca sembra potpourri della lidl. mi prude il naso, sento di avere delle occhiaie grandi come l’ombra della ragazza dipinta da Munch.
c’è un gioco delle parti quasi erotico, e molto perverso, che lega i tre che ho di fronte nel dialogico manifestarsi dei loro pensieri. il padrone (professore) si compiace di questi poli di potere assolutamente fittizi ma tutt’altro che inefficaci, e si vanta con grassa figura dei suoi agganci in accademia. li guardo e penso che se tornassi indietro di dieci anni prenderei la vita universitaria con un decimo della serietà con cui l’ho presa. li guardo e penso che chi ha troppe paranoie dovrebbe mettere subito le mani in pasta, e non perdersi in inutili ricerche sul nulla.
li guardo e penso che sarebbe bello essere pagati per contribuire alla noia di future generazioni di studenti che non capiranno mai ciò che volevi scrivere perché la verità non può mai essere davvero esplicata sotto forma di teorie, ma solo messa in scena.
li guardo e non penso più a loro, ma penso che se tornassi indietro conterei fino a mille e poi fino a tremila, e se a tremiladuecento la certezza rimanesse, conterei ancora dieci volte prima di andarmene via.
accarezzami la nuca…
mh troppo sentimentale
impieghiamo molto tempo a decostruire l’immagine pallida e fugace che vogliamo infliggere al nostro ego, a smembrare la narrazione di cui abbiamo intessuto l’andirivieni di concatenazioni neuronali a supporto di comportamenti sbagliati, ah no "sbagliato" non si può dire, allora diciamo disfunzionali.
penso questo, e li guardo per un’ultima volta.
ho capito dove andare a parare, anzi, dove il mio Autore vuole andare a parare.
scuoto i capelli da un lato e assorbo ciò che resta del sole, poi torno a sedere.
riconosco l’idea:
è un destino crudele quello di chi nutre rimpianti
un destino di alte maree, in un oceano privo di sponde.
raccontami ancora una volta quel ricordo di miele,
quando il vento era tiepido e le nostre vite lontane
mentre un incontro fortuito ci avvicinava
sulle scale di un edificio pericolante,
alle prese con obiettivi da lucidare
e frontespizi da scrivere.
patteggio con l’idea: ma la respingo.
sembra un sogno cosciente,
una trappola mediocre di tutt’altre latenze.
dimenandomi invano,
cerco segnali che significhino altro
per rovesciarli in nuove sagome
per volgermi altrove
verso ciò che lascio sfuggire alla mia comprensione.
accarezzami la nuca
poi spara un colpo e uccidimi in sogno.
uccidi il mio sogno,
raccogliere i cocci, fissarli con l’oro.
uccidiamo loro,
vagliamo l’ambiguità
rischiamo tutto.
rischiaro la voce, ma non mi ascolti ugualmente.
sconfiggo l’idea
rantolo nel buio delle descrizioni più adatte,
ma tu ti allontani, e io ho finito ogni parola per fissare in un pensiero cosciente ciò che temo stia accadendo.
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