i capezzoli di Elena
nello spazio tra l’indice e il medio, il tessuto crea delle piccole increspature, leggere, personali e seducenti, come le prime rughe su un bel volto che si avvicina all’età matura. la pressione dei polpastrelli provoca la sensazione di una presa solida ma delicata, come una possessione reclamata, ma a voce bassa.
l’intimità di questo momento è intransigente, e imbarazza ed eccita al punto tale da rendere impossibile l’affanno. lui respira ingoiando di tanto in tanto un filo di saliva, per fluidificare la gola ormai arsa dall’anidride carbonica. lei piega e contorce impazientemente le dita dei piedi nelle sneaker, causando movimenti invisibili da occhi altrui, ma percepibili dalla mano di lui, posata com’è nell’esatta parte centrale della coscia di lei.
è un momento perfetto, per questo nessuno dei due sa come renderlo il più illusoriamente eterno possibile: non fare niente è un’idea valida, se non fosse che il desiderio reciproco lo stesse impedendo.
comunque entrambi temporeggiano, vivendo finalmente questo momento finora solo sognato nelle fantasie della masturbazione.
ma non è di questo che volevo parlarvi.
non adesso, almeno.
torniamo ad alcune settimane fa, quando Elena realizzava di essere abbastanza invaghita di David, e le camicie non erano ancora l’indumento più adatto a proteggersi dal clima, ma certamente utili a far trapelare, nei momenti di brividi per gli spifferi d’aria, le protuberanze innocue e selvagge che sigillano, come un anello preziosissimo, la bellezza tutta da toccare del seno femminile.
perché questo appunto?
perché proprio durante una riunione, mentre il dibattito era acceso su grafici, soluzioni, problemi e numeri, Marta sbuffava, il capo urlava, Luc si metteva le mani alle tempie e nessuno riusciva a rispettare il turno di parola altrui, Lei si era alzata sbattendo energicamente sul tavolo la cartellina con scartoffie e documenti appena analizzati, e lo fece proprio mentre Sonia apriva la porta per portare a tutti il caffè della pausa caffè, su quei tacchi dodici che dio solo sa come riuscissero a tenerla dritta con tutto quel peso addosso e per tutte le ore in cui con frenesia si spostava da un ufficio all’altro a fare il lavoro che in altre epoche veniva tendenzialmente chiamato servitù. e aprendo la porta, Sonia fece entrare il suo odore di Chanel insieme ad una leggera folata di vento, provocando il repentino inturgidimento dei capezzoli di Elena – il Lettore dirà che nome banale... lo so, ma apporre nomi propri ai personaggi di un racconto è una delle parti più difficili sebbene ritenute più “normali”, proprio come è difficile, per un illustratore, disegnare le mani di una figura umana – suscitando il pubblico ludibrio della platea. lei è Elena, ma non le era stato subito chiaro il motivo delle risate e delle occhiatacce dei suoi colleghi, finché Rick le fece il gesto ironico e sessualizzato dello strizzarsi il capezzolo destro, sbattendo le palpebre velocemente mentre con la bocca formava un’increspatura disordinata che voleva essere un bacio.
sono cose che capitano, non è una novità.
la novità è che quel momento di insignificante e prosaico sessismo, si innescò in David un irrefrenabile e inusitato pensiero: di che colore sono i capezzoli di Elena?
la riunione si era protratta per un tempo sufficiente per permettere a tutti i presenti di perdere qualsiasi tipo di interesse e attenzione nei confronti di ciò di cui si stava parlando, cosicché il dover tornare ognuno alla propria postazione risultava più una delizia che una croce.
almeno alla propria postazione ci si può sbottonare il pantalone troppo stretto, o scrollare sui social alla ricerca di quel non si sa cosa di cui viene costantemente ed eternamente rimandata la scoperta.
Lettore, parliamo al presente, che ci si capisce meglio. Tanto è inutile collocare la storia nel passato per oggettivarla: anche il presente è un tempo assolutamente lontano, molto spesso anche mentre lo stiamo vivendo.
Dicevo. Elena torna al PC, mette le cuffie e dimentica quello che è appena successo grazie ad un album dei DIIV. Pensa a David. Chissà se anche lui ha notato i suoi odiosissimi capezzoli. E che idea si sarà fatto di lei? Che è una femminista brucia reggiseni? O una provocatrice seriale? La verità è che il reggiseno è scomodo, e anche fastidioso specie ora che inizia a fare più caldo.
D'altro canto David, inconsapevole dei desideri reconditi di Elena, non ha più alcuno scopo di stare a lavoro a parte quello di sedurre ed innamorarsi di Elena, quindi decide di uscire a fare due passi per dimenticare quello che è appena successo – e che ha appena realizzato - sentendosi banale e macista.
Sono le dodici e trentasette, Elena ha fame e forse un calo glicemico, quindi stoppa la musica e si dirige velocemente verso un bar nelle vicinanze.
Nel tragitto incontra David, in ascensore.
David ha una specie di erezione.
Elena si ricorda, come se non ne avesse già abbastanza contezza, che David è proprio un bel ragazzone. E, ora che se lo trova a così poca distanza, scopre che ha anche un buon profumo. Di detersivo di marca. Di pulito.
Di sudorino non fastidioso.
Elena, non ci pensare che sennò svieni qui
Elena lo invita a pranzo, così, senza senso. Senza pensarci.
Lui accetta.
Poi ci ripensa.
“No scusa ho una presentazione da finire...” si gratta la barba.
Ma che cazzo dici, coglione!
“Sarà per la prossima, dai!” rispondendogli, Elena contorce le dita dei piedi nelle scarpe, per l’imbarazzo.
Poi scompare dentro l’ascensore, in mezzo ad altre tre o quattro persone assolutamente insulse, assolutamente non alla portata di Elena.
David realizza di essere un coglione, ma ormai è troppo tardi.
Come se non bastasse, passando tra le postazioni, non può fare a meno di notare la schermata del computer di Elena ferma su Spotify.
Lo faccio, non lo faccio, lo faccio, ma no che cazzo faccio dai, lo faccio si chi mi vede
Ti vedo io, il Narratore, David... Ma tanto ormai hai deciso di farlo: si avvicina al pc di Elena per capire cosa stesse ascoltando, sperando di trovare una smentita all’idea che ha di lei sul fatto che sia la donna perfetta.
E invece, niente da fare, stava sentendo i DIIV, band della Madonna, ma che dico della Madonna, band di Cristo! Si sente ancora più coglione ma decide comunque di massacrarsi la dignità e raggiungere Elena, con ogni probabilità al caffè sotto l’ufficio, quello dove va sempre a mangiare quei pastoni orrendi pieni di verdure e condimenti esageratamente speziati.
“Allora, ci hai ripensato?” gli dice Elena ridendo, con in mano una forchettata di bulgur e quinoa.
“Non mi ero accorto che fosse già ora di pranzo...!”
Ovviamente Elena non crede alla bugia, ma nemmeno si aspettava che fosse tornato per lei.
“Posso ancora stare con te?” si arriccia il baffo destro.
“Ma certo!” esclama lei con la bocca piena, pentendosene.
Trascorrono diverse ore a parlare di diverse cose. Anche dopo la pausa pranzo.
Tutto inizia perché con una scusa lui trova il modo di parlare dei DIIV. Nello specifico, fa partire per (finto) sbaglio Healthy moon dal suo Spotify, catturando, con ogni certezza apodittica, l’attenzione di Elena, sempre più affascinata da quel metro e novanta di stranezze e vestiti da liceale e , ora, anche gusti musicali di Cristo.
Parlano di musica, di vizi dell’adolescenza, di psicoterapia lacaniana, di sogni assurdi, di ricordi emotivamente impattanti, di massime della vita.
Lui nel frattempo continua a pensare al colore dei suoi capezzoli che non vedrà mai, mentre lei pensa al modo meno sgamoso di invitarlo a casa per sperare che accada qualcosa. Parlano così tanto che imparano a memoria non solo le reciproche pronunce delle parole, unitamente alle varie inflessioni dialettali, ma registrano anche i reciproci piccoli particolari gestuali inconsci.
Lui, ad esempio, oltre ad avere una folle mania di trastullarsi barba e baffi, ha anche un modo simpatico di ridere, mettendo la lingua tra i denti, quando qualcosa lo imbarazza o lo fa sorridere. Lei, d'altro canto, ha un tic all'occhio sinistro, che chiude e apre in modo frenetico quasi elettrico, ogni dieci/quindici minuti. Particolari adorabili, non per noi ovviamente.
A me annoia molto parlare di queste banalità, sinceramente l’Autore questa volta mi ha proprio deluso: ma che possiamo farci? È l’Opera che decide cosa succede nelle storie, né io, né l’Autore. Forse forse, un po’, il Lettore, quello sì.
Comunque, tornando a noi, questi due sfigati trascorrono alcune settimane così, a cercarsi emotivamente, flirtare senza flirtare, parlarsi degli ex come fanno gli stupidi, mandarsi canzoni, raccontarsi aneddoti e supportarsi emotivamente.
Come gli amici.
Non sto nemmeno qui a raccontarvi tutto, perché l’arco narrativo non ha ‘sta grande piega, non ci sono scene strane, vite salvate o eroi che compiono gesta. E non ci sono grandi oggetti di valore a cui i personaggi devono congiungersi e far muovere l’azione.
Si tratta solo di due vite, un po’ travagliate (se posso dire la mia), un po’ contraddittorie, e piuttosto comuni.
Due vite che si sono incontrate, e si sono piaciute, molto.
Ma il tempo non è stato clemente, e non ha permesso le condizioni perché i due si trovassero davvero.
Ma tanto al Lettore le vicende non importano così tanto, voi volete il "sodo", ah?
E andiamo al sodo.
Torniamo alla scena iniziale.
Siamo a casa di Elena, dopo alcuni gin tonic e numerosi discorsi profondi.
Sono seduti sul divano, attorniati da una grande quantità di libri, piantine e tazze sporche. Ci sarebbe una cosa di lavoro da fare, un'analisi qualitativa o quantitativa, cose noiose e piene di %, che nessuno ha intenzione di fare.
L'atmosfera è intima, erotica e piena di attese.
Ci sono parti del corpo che vengono trattate come i professori di filosofia del liceo trattano le teorie di Leibniz: così interessanti e difficili che, adeguandosi alle vulgate e i gusti più comuni e semplicistici, vengono totalmente trascurate. Ma non da Elena. Né verso la filosofia di Leibniz, studiata molti anni prima, né verso le parti del corpo dimenticate ma affascinanti, come la nuca maschile. Si parla sempre di gambe e pettorali, e mai di polsi e caviglie. O di nuche.
Quindi, in preda ad un gesto eroico, passa una mano veloce sui capelli di David, per poi ritrarsi immediatamente e resettando l’avvenuto neanche stesse premendo CMD+Z.
“Ti capita mai di sentirti chiuso in te stesso, senza possibilità di comunicare e avere contatti davvero percepiti con il mondo esterno, come se fossi una stanza senza porte né finestre, come una monade leibniziana...?” dice lei spostando lo sguardo dallo schermo del laptop al pendio morbido del collo appena accarezzato.
“Sei giorni su sette”, risponde David mentre incontra lo sguardo furtivo di Elena esplorargli un luogo non definito al di sotto del viso.
“E oggi è uno di quei giorni?” chiede lei, battendo nervosamente (per l’imbarazzo) i polpastrelli sul cuscino del divano che ha appena preso tra le mani come un cucciolo da coccolare ma che non sai come coccolare.
“No”, le risponde schiarendosi la voce con un piccolo colpo di tosse, “oggi, casualmente, è il giorno della settimana in cui mi sento connesso con tutto, tipo il panteismo di Spinoza” e dicendolo alza le sopracciglia un paio di volte, quasi ad ammiccarla per mostrarle il suo bagaglio culturale, rispolverato grazie a non si sa quale sinapsi repentina.
“Ah beh allora la questione si fa spinosa...” risponde lei, trattenendo maldestramente una risata.
“Mammamia...” esclama lui, con una smorfia di finta disapprovazione per la battuta appena ascoltata.
Ridono.
“E perché si farebbe spinosa...?”
“Perché significa che ora sei qui, davvero, del tutto presente nel momento”, gli risponde Elena, stringendo con forza il cuscino e rovesciandolo da una facciata all’altra, come una scartoffia in mano ad un burocrate frettoloso.
“Beh, sì... Sono qui, davvero...” prende il cuscino dalle mani di lei, poi continua “e sono felice. Non come questo povero cuscino che stai torturando!”
Ridono e si sfiorano le sagome corporee.
“Sai,” irrompe Elena, “non è sempre facile per me connettermi all’esterno, perché non riesco a fare a meno di pensare che tutta la vita non sia altro che una splendida e orribile proiezione del pensiero”, fa una pausa e chiude lo schermo del laptop, rimasto inutilmente inattivo da ormai diverso tempo.
“Sì ma infatti tanto non lavoreremo mai oggi” le dice commentando senza commentare il gesto appena fatto. “Ma continua, mi interessa”.
“A volte penso che sia solo un lungo sogno”.
“Cosa, Elena?”, si incupisce un po’.
“La vita. E che il sogno sia paradossalmente l’unico momento in cui la coscienza aderisce a pieno a ciò che le succede, proprio perché non c’è l’interferenza del pensiero razionale”. Poi si stiracchia e sposta la testa da un lato all’altro del collo, con movimenti lenti e delicati, come le aveva insegnato il tutorial per i rimedi alla cervicale visto su YouTube.
Lui la guarda come si guarda ardere lentamente un focolaio e consumarsi la legna, quando si creano quelle venature incandescenti, e si moltiplicano in slow motion, tra i pezzi carbonizzati. Una visione che riscalda ma che annuncia la fine, lo spegnimento, la cenere.
Decide quindi di soffiare sulla cenere di quella nostalgia immotivata, e posa una mano sulla sua coscia. Un gesto spontaneo, non erotico. Ma intimo.
Non sa bene perché l’abbia fatto ma ormai è troppo tardi quindi decide di godersi il momento di idillio.
Per qualche attimo nessuno dei due emette respiri.
Guardando timidamente la sua mano e sentendone il calore sulla coscia, lei si ricorda della sua nuca, delle sue labbra inumidite dalla lingua mentre parla durante una riunione, del gesto nevrotico con cui si contorce i peli della barba, e tutti quei momenti insignificanti in cui ha pensato che fosse l’uomo più sbagliato di cui invaghirsi e il più giusto a cui pensare quando voleva toccarsi.
I polpastrelli affondano con maggiore pressione nella coscia di Elena, ormai preda dei più confusi battiti cardiaci.
Chiude gli occhi, strizzandoli leggermente, per accertarsi che non si tratti di un sogno. Non è un sogno, a meno che nei sogni squillino i citofoni, cosa che comunque non le lascia destare il minimo interesse per questo segnale acustico.
Con delicatezza decisa, David sposta i capelli decolorati alle punte dalle spalle di Elena, ora visibili nella loro morbida luminescenza. Elena ha una carnagione chiara e traslucente da cui si notano il blu arterioso e una peluria sottile come la buccia di un’albicocca. Lei sorride come una bambina emozionata davanti ad una torta di compleanno fatta in casa, storta e pendente, ma sicuramente ottima.
Poi avvicina il collo al respiro di David, ormai lontano da qualsiasi forma di incredulità, perché quel profumo è reale.
Quella pelle è reale.
Elena è reale, ed è lì. E lui è qui.
L’automatismo dell’inumidirsi le labbra prima di un morso appetitoso, i due si avvicinano per assaporarsi lentamente, respirandosi e iniziando ad esplorarsi tattilmente, senza fretta, ma senza indugi.
Lui inizia a spogliarla con estrema delicatezza, cogliendo l’occasione di baciarle ogni centimetro di pelle che si andava via via scoprendo: i polsi, sottili. Il collo, flessuoso e percorso dai battiti. Lei non apre gli occhi, assaporando quel momento come quando si ascolta Liszt e ti sembra di essere in un angolo indefinito del paradiso.
Lei si lascia spogliare mentre con le mani cerca il piacere di David.
Poi apre gli occhi, si allontana da lui, che rimane seduto senza capire.
“Quella mattina ti ho notato. Ho notato che mi hai fissato i capezzoli.”
“Quale mattina?”
“Bugiardo...”
“Te li fisso quasi sempre...”
“Scemo... Quella mattina. Quando ci siamo innamorati”, risponde Elena, ridacchiando come una liceale. “Siamo ridicoli!”
David si alza e facendolo si toglie la felpa, come un liceale.
“No aspetta, rimani seduto un momento”
“Ok”
I calzini spaiati sono un leitmotiv delle persone trentenni che vivono da sole e che subiscono inspiegabilmente la sparizione repentina di calzini, pezzi da venti centesimi ed elastici per capelli, ed Elena non è da meno. La gonna a fiori presa al mercato dell’usato non emette rumori, cadendo a terra come un sipario, ma senza oscurare la scena, anzi mostrando delle gambe timide e un po’ contorte.E poi succede il fatto.
Finalmente, mi direte.
O forse no? forse è tutta una banalità, questa attesa del piacere, questa ricerca dell’erotismo, questo rincorrere il sentimento. Forse sono un Narratore dozzinale, proprio come tanti altri, destinati a raccontare quello che il Lettore si aspetta di sapere. Ma che ci posso fare, io? Se la vita umana non è altro che la ricerca di quello che si ha sempre davanti, perseguimento di desideri semplici, esperienza indiretta di fantasie che non si vivranno mai, o che si vivono continuamente...?
Io mi limito a raccontare una storia, senza pretendere che se ne tragga insegnamento di sorta. Mi limito a dare vita a questi personaggi, incastrati come sono nella cultura tacita e condivisa. Avvinghiati, come sono, all’immaginario collettivo e alle aspettative di tanto pubblico. Legati metaforicamente alle vite di tanti amanti viventi che non possono amarsi, di amici che vorrebbero scoparsi, di conoscenti che devono ancora incontrarsi.
Questa è la Letteratura, una finzione che vive di realtà. Una promessa che viene quasi sempre mantenuta, e che fa vivere alle persone altre vite. Che sublima desideri inesprimibili, mettendo in scena mondi possibili.
Comunque sì, ve la racconto, ve la racconto.
Succede il miracolo, l’epifania.
Succede che Elena, come la Venere che emerge con fulgore dalle acque cristalline, inizia a scoprirsi l’addome. Inizia a sfiorarsi con una mano le parti intime, mentre con l’altra accorcia poco alla volta la camicia. Si toglie gli slip Tezenis, lasciandoli a terra come dei petali appena caduti da una rosa all’apice della sua fiorescenza. E inizia a sbottonarsi la camicia, un bottone per volta.
Molto, molto lentamente.
Quando i bottoni sono finiti, lei rimane per un po’ in quella posa, in piedi un po’ timida e un po’ sensuale con un lembo di addome scoperto, e le curve dei suoi seni appena percepibili.
Poi si avvicina, con piccoli passi.
Si inginocchia e sbottona quei jeans consumati dagli anni e dai detersivi a 60°, sfilandoli con cura.
Lui le passa una mano su un braccio, per poi riscendere giù e prenderle la mano. La tira a sé, e si toglie la ridicola t-shirt a righe che aveva ancora addosso.
Quindi sono così, lei su di lui cavalcioni, senza slip, con la camicia sbottonata. Lui sotto di lei, con gli slip, molto inumiditi dal contatto con le parti intime di Elena, e gonfi per la stretta che stavano esercitando sul pene di David, decisamente concupiscente e, detto fra noi, di una grandezza un po’ sopra la media.
I loro addomi si toccano. E questa è la cosa più eccitante.
Perché gli addomi sono così intimi, così interni.
È lì che avviene la trasformazione della vita: il cibo che diventa nutrimento, la gestazione, che permette la vita.
Toccandosi è come se si incontrassero due mondi, due universi.
I due si assaporano con passione, ed è questione di attimi perché finalmente (o forse no, mi direte di nuovo) le entra dentro, in profondità, come una spada che viene riposta nella sua guaina.
E sembra proprio così: i loro corpi si incastrano alla perfezione, come se fossero stati progettati da generazioni di DNA antecedenti apposta per completarsi. Elena ha la sensazione che David le sia entrato fino al midollo spinale, mentre lui spinge in fondo con l’impressione di stare entrando in un abisso caldo e accogliente da cui non vorrebbe mai uscire.
Si muovono con grazia e non c’è nulla di grottesco: è tutto perfetto.
È tutto perfetto.
Entrambi, ad un certo punto, si ricordano di aver totalmente dimenticato un aspetto fondamentale: mostrare i capezzoli di Elena.
Il motivo di tutto, la ragione dietro questa storia, ce la stavamo per perdere!
Elena guarda fisso David negli occhi, mentre continua a spingere e muoversi su di lui, che le morde i polsi e le afferra le caviglie, come per bloccarla e tenerla più forte.
Poi con una mano entra in esplorazione dentro la camicia, alla ricerca dei seni: sodi, morbidi, della misura perfetta, come tutto il resto del suo corpo. E prima di vederli, eccoli al di sotto dei suoi polpastrelli: l’inconfondibile consistenza un po’ rugosa dei capezzoli. Al tatto sembrano due piccole noccioline, e non può fare a meno di immaginare se al pub, insieme alla birra, non possano dare una ciotola piena di capezzoli.
Che cosa stupenda sarebbe? Forse un po’ splatter.
Ma non ci perdiamo.
David ritorna al presente e ai capezzoli di Elena. Sta per arrivare il momento. Sta per vederli.
Mentre lei geme, piegando il corpo all'indietro, raggiungendo un lungo orgasmo, lui chiude gli occhi, e assapora quelle arachidi al naturale, così piccole e dure da sembrare mentine.
Poi finalmente apre gli occhi, e li ammira, incredulo.
Sono marroncini, con l’aureola di diverse sfumature di arancione scuro.
Sono larghi, un po’ più di una moneta da due euro, ma con la punta turgida, della consistenza già descritta.
Perfetti per essere toccati, guardati, leccati, fotografati.
Eccoli, i capezzoli di Elena.
Decide di venirci sopra, sui capezzoli di Elena.
E accertandosi che lei fosse soddisfatta, e che il suo orgasmo fosse terminato, esce dolcemente da lei e la stende supina sul divano, mettendosi sopra.
Prende una mano di Elena, e insieme alla sua, si tocca energicamente, guardandola negli occhi, guardandole le labbra arrossate dai morsi, le guance rosee per il calore, i capezzoli esanimi, per i pizzicotti. David raggiunge un piacere così intenso che lo sperma le arriva sui capelli, sulle labbra, nell’incavo della clavicola, sulla pancia, sulla fronte, sui cuscini, e, ovviamente, sui capezzoli, ora diventati pasticcini ricoperti di glassa al limone.
È come un sogno in cui la percezione dei vari sensi si confonde in un’unica indescrivibile sensazione di stupore ed estasi: nei sogni non sai come isolare ciò che provi, non sai se sia vista, udito, gusto. Non sai se sia positivo, negativo. Un bene, un male. Sai che sei lì e che tutto il corpo e la coscienza sono invischiati in una danza esperienziale di cui sai non conserverai un ricordo vivido.
Forse è solo questo, ciò che differenzia la realtà dal sogno: il vero è ciò che potrà continuare a vivere con chiarezza nella memoria. Il sogno, ciò che un avvenimento quotidiano o il semplice destarsi, spazzerà via per sempre, lasciando intrappolati nella fase REM i nostri più profondi desideri.
E infatti David, svegliandosi, non ricorderà a lungo la meravigliosa esperienza onirica appena vissuta.
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