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Nemmeno quella volta aveva imparato la lezione

Pubblicato su da Sara Costantini

La storia che sta per essere narrata avrebbe meritato una trattazione più esaustiva. Sì, penso proprio che questa volta l’Autore avrebbe dovuto scrivere un libro, e non un racconto; ma la sua negligenza e la sua impazienza l’hanno portato, ancora una volta, a consumare un racconto più breve, che in nessun modo potrebbe mai esaurire il significato profondo di ciò che avrebbe voluto esprimere. Un libro è sempre un grande salto nel buio, sia per chi lo scrive che per chi lo fruisce; bisogna costruire una trama che abbia una salda coerenza interna e che sia retta da un’idea così precisa e sviluppata da non lasciare mai effettivamente spazio a interpretazioni sbagliate.

Un racconto breve è come un cortometraggio; la durata (che in realtà sarebbe corretto definire come il volume delle pagine o il numero delle battute) illude che si tratti di una fruizione più leggera. Ma la scommessa è molto più alta che per un testo più lungo e articolato, perché in un tempo brevissimo bisogna creare l’intreccio perfetto, dando al pubblico una quantità di stimoli interpretativi al contempo precisi e nebulosi, cruciali per ala disambiguazione e sottili da cogliere. Un racconto breve, così come il cortometraggio, richiede molti allegorici spazi bianchi da colmare con conoscenze implicite o anche solo inferite, perché il cerchio che compone possa chiudersi.

Per questo, ai fini della completezza dell’Opera, sono importanti i Lettori, baluardi di possibilità integrative di questa trama così incompleta, sottosviluppata.

Ma veniamo a noi.

Io sono una Voce Narrante, non ho poteri di nessun tipo se non quello di fornire nel modo più dettagliato possibile, una panoramica su ciò che sta succedendo e che è materialmente invisibile al Lettore. Ma non invento nulla, né inferisco cose. Quando dico cosa pensa quello o l’altro personaggio, non sto pronunciando mie congetture, ma si tratta effettivamente di ciò che essi pensano e fanno. Si tratta esattamente di quei significati, di quei valori impliciti. Li so e posso trasmetterli perché è come se condividessi una transustanziazione con la Storia narrata, ho un’onniscienza che però a differenza di quella di Dio non crea nulla. Non è che siccome so allora le cose stanno così perché ho deciso così. Non so se mi spiego. Ma magari nemmeno vi importa... Sto solo cercando di spiegarvi alcuni stratagemmi interpretativi a cui non si presta mai abbastanza attenzione durante la lettura.

Comunque.

 

 

In questo momento siamo in un bilocale arredato con mobili senza uno stile definito, tutti ugualmente tinti di una sfumatura simile della scala di grigi, con superfici diversificate in ruvide, lisce, di tessuto, di metallo. È importante, in un racconto breve, fornire una scenografia quanto più dettagliata, in modo tale che il Lettore può, conformemente alla propria sensibilità, associare significati emotivi ulteriori al contesto atmosferico, non essendo essi stati approfonditi dalla descrizione verbale. Parlare dei sentimenti non è mai semplice, figuriamoci per una Voce Narrante che di sentimenti non ha nemmeno il più rudimentale! Perciò, se si descrive dettagliatamente e in un certo modo una scena, questi sentimenti altrimenti incomprensibili possono addirittura emergere alla comprensione senza essere effettivamente descritti.

 

Quindi, dicevo.

Siamo in questo bilocale al primo piano, dotato di una sola finestra, cosicché non è permessa alcuna circolazione di aria e il fumo di sigarette, mescolato all’odore della birra riscaldata, del sudore e della cucina, rimane lì fermo, scorporato, sospeso e pregnante come una preoccupazione.

La tv, accesa, emana vociare indistinto, intermittente per via dello zapping periodicamente praticato da lei o da lui, accompagnato da illuminazione di colori differenti, tutti accesi ma sfuocati come i neon di un distributore di benzina in una strada deserta durante una notte nebbiosa.

La sensazione generalizzata non è di spiacevolezza, ma piuttosto di qualcosa-di-sbagliato.

E non per motivi etici, ma proprio ontologici; c’è qualcosa che non torna in tutto questo. Forse la scomodità del divano e l’insalubrità dell’aria. Forse l’inaspettata ebbrezza, raggiunta più che altro per contrarietà dal momento che la sete e il caldo incalzavano e le uniche bevande in fresco erano alcoliche. Forse la sussistenza di mondi impossibili nelle loro menti.

In questo momento lui accarezza annoiato il cuoio capelluto di lei, inerme e parzialmente contrariata dalla situazione, a tratti parzialmente gaudente. Entrambi si chiedono internamente perché mai la televisione, strumento potenzialmente nobile e utilissimo per la circolazione di materiali e testi necessari al raffinamento degli intelletti umani, sia invece contenitore e veicolo di una così vasta quantità di merda. È accesa per la gloria, e per riempire il silenzio imbarazzante di questo momento, ma non fa altro che peggiorare la qualità di una situazione già satura.

Una domanda banale rompe il non-silenzio elettromagnetico: A cosa stai pensando? Le chiede, senza davvero voler sapere il contenuto della risposta.

A cosa sto pensando... Pensa lei. Ma che è la Home di Facebook... Continua a pensare. Cristo... Vorrei diventare invisibile e dematerializzarmi e rimaterializzarmi nell’epoca della Panspermia ed essere un organismo monocellulare.

Niente, risponde poi ad alta voce, Dovrebbero usare dei doppiatori meno marcatamente fittizi per i personaggi di film stranieri. Aggiunge, con un tono di voce anche troppo grave e altisonante. Lui le guarda i seni al di sotto di quella brutta canottiera di Decathlon, trovandola ugualmente bella e attraente, poi fa finta di interessarsi al contenuto della tv. Vado un secondo in bagno, continua lei, tu mi raccomando non ti muovere eh...

Lo specchio le restituisce un’immagine completamente distorta di sé, molto più di quella che ha faticosamente cercato di normalizzare mediante ore ed ore di psicoterapia.

A cosa stava pensando? A niente. Cioè all’eternità. Cioè all’ultima volta che ha desiderato di vivere per sempre un certo momento presente. Si sciacqua il viso, il peso degli anni e della vita sregolata mostrano le prime ferite di guerra agli angoli dei suoi occhi cobalto incorniciati dall’eyeliner sbavato.

Torna di là e lo trova supino dormiente, illuminato a intermittenza dal bianco acido di una pubblicità di una compagnia telefonica.

 

 

Si può vivere l’ubiquità?

Dipende da quanta importanza si da alla concretezza materiale delle cose.

Una persona può essere senza possibilità di dubbio presente fisicamente in un luogo, in un contesto, addirittura partecipare ad una conversazione, a un amplesso o a una gara di cucina, e tuttavia essere altrove. Con la mente, con l’emotività.

E quella realtà parallela vissuta da remoto influenza il modo di vivere il presente. Quanto sono fuori luogo le domande altrui del tipo “a cosa stai pensando?”! Perché mai si dovrebbero condividere le intimità mentali? Forse per destare l’altrui iniziale curiosità, poi rivestita di perplessità e senso di stranezza?

La storia in questione è ancora più trascendente perché il mondo possibile posto altrove non solo non è mio né dell’Autore, ma è proprio di un personaggio. Cerco di spiegare.

Dopo essere uscita dal bagno si siede a fianco a lui, illuminata a intermittenza dal giallo poi blu poi bianco dello schermo al plasma. Guardando il tutto, inizia a distaccarsi dal presente fisico per inoltrarsi nel rovinoso turbine della memoria. Inizia quindi a ricordare, per via di associazioni mentali a lei inconsce, il suo corpo mesi prima illuminato dalla luce dei lampioni provenienti dalla strada, entrati discreti dalla parte di finestra non coperta dalla serranda.

Era maggio, un clima temperato fresco rendeva quelle giornate perfette per indossare le sue innumerevoli camicie a maniche corte e a fantasie bizzarre. In quel periodo aveva spesso in mente Alison degli Slowdive e sta ricordando che nel preciso momento che sta riportando alla mente aveva pensato che nel mondo le persone che condividono ancora canzoni belle su Facebook (fra cui lei) sono poche, e meritano il paradiso, e che avrebbe scritto uno status a riguardo quindi lo avrebbe appuntato appena possibile nell’agenda degli Status geniali che un giorno pubblicherò.

Torna un secondo alla realtà, la tv continua a intingere di neon le superfici delle cose e l’altro dorme rumorosamente. Decide quindi di riprendere l’esplorazione di quel ricordo.

Esplorazione è la parola giusta perché quando si ricorda qualcosa è come se la si vive una seconda volta, ma in modo concettuale e quindi più analitico.

 

Sta ricordando con vivida lucidità la sensazione di "guscio", in quel momento passato indescrivibile perché in atto, provocato dal letto, sui cui la gravità aveva impresso le forme dei loro corpi incastrati. Ricorda quanto quello le sembrò il posto più sicuro e bello del mondo, al punto tale che in quel momento pensò senza dire Questo è il mio posto preferito e noi due siamo perfetti insieme, noi due siamo perfetti, è la prova incontestabile, non puoi pensare che non sia così. D'un tratto, magica con la magia di una coincidenza, iniziò a piovere, e subito l'odore dell'asfalto e della pioggia inebriò la stanza altrimenti sapida di Yankee Candle alla magnolia. Lei si girò come possibile, cercando di non disfare quel loro intreccio carnale e spirituale, per guardare la pioggia bagnare l'alba dietro la finestra.

Poi guardò di nuovo lui, stupefatta.

Mentre vagheggiava, lui riusciva incomprensibilmente a dormire, sebbene la posizione scomoda e intrecciata dei loro corpi impediva la corretta circolazione del sangue in varie parti del corpo, specie le periferiche. Il rosa pastello dell’incarnato di lui rifletteva ogni particella di luce proveniente dalle fonti remote, e lei lo guardava con la nostalgia travolgente che si prova quando si sta per finire un libro particolarmente bello, per cui oltre al dispiacere per la fine imminente si prova anche una strana malinconia per il fatto che al netto di tutto si trattava solo di una storia.

Lo guardava cercando di registrare scrupolosamente ogni millimetro di quello spettacolo, ogni vibrazione di quella pelle strofinata con la sua, ogni respiro affannato e capello fuori posto.

Solo qualche tempo dopo si maledisse per aver annotato nella sua memoria tutti quei sinestesici particolari, che avrebbe preferito dimenticare.

Piccole perturbazioni muscolari scuotevano l’addome di lui, provocandogli forse un leggero fastidio e un lento risveglio.

Lui aprì gli occhi, e strofinandoseli piano cercò di confermare la vista di ciò che stava vedendo. Eh sì, vide  lei trasognante, capì che era da un po’ che lo stava guardando. Le prese il volto con una mano, passandole il pollice sulle labbra socchiuse. Le leccò, mordicchiando leggermente il labbro inferiore, come quando i bambini si passano le merendine e danno dei piccoli morsi per non far trapelare la bramosia.

Spostandole i capelli dagli occhi incorniciati da uno strano magnetismo (e dall’eyeliner sbavato) le chiese A cosa stai pensando?, emettendo voce rauca e leggero fetore (per qualche motivo non sgradevole all’olfatto di lei). Voleva davvero sapere il contenuto dei sui pensieri, voleva immergersi di nuovo in quel profondo mare in cui aveva terrore di naufragare.

A cosa stava pensando lei?

 

Stava pensando che, dal momento che il suo compleanno è il 23 novembre e quello di lui il 22 gennaio avrebbero potuto venirsi incontro e festeggiare insieme il 22 dicembre, così sebbene lei avrebbe festeggiato in ritardo e lui in anticipo, l’anticipo di lui sarebbe stato colmato dal fatto che non solo lei avrebbe dovuto aspettare (quasi) un mese per festeggiare, ma non sarebbe stato nemmeno un mese preciso, bensì con un giorno di anticipo.

Era un ragionamento totalmente privo di senso e contesto perciò si limitò a rispondergli Niente, non penso a niente, e piegandosi come un foglio di carta che prendendo fuoco rientra in se stesso disintegrandosi, si chiuse fra gli arti di lui, in un abbraccio che avrebbe voluto far durare per l’eternità.

E quindi l’eternità è forse appunto questo, l’annullamento totale, il tornare polvere di un foglio che brucia e che in quanto tale rimarrà per sempre, nella memoria altrui, come era fino al momento prima di annullarsi.

E forse il nichilismo, a scapito di tante interpretazioni fuorvianti e sommarie, è proprio il bisogno di eternità, l’estremo desiderio del presente, al punto tale da renderlo assoluto, da rendere quel momento la massima espressione del tempo.

In ogni caso, questi non sono proprio discorsi da fare per una Voce Narrante, e poi stiamo perdendo di vista la storia narrata. Ma, la cosa strana, è che con questi pensieri si è perso l’intreccio. Dove sono finiti i personaggi? Cosa li aspetta? Perché non si dicono ciò che provano davvero? Cosa sta succedendo? Quale sarebbe stato il comportamento da assumere?

 

C’è questa convinzione comune che la Voce Narrante in una storia sia depositaria dei responsi più reconditi, che conduca il Lettore lungo sentieri decisi, obbligandolo alla solerzia interpretativa, sottoponendolo a frequenti situazioni di fraintendimento e inganno. La verità però, e ve lo dice una Voce Narrante, è che nessun Narratore è davvero onnisciente, né ha la minima idea di come evolveranno le vicende narrate. Egli assurge tuttalpiù a testimone e interprete di qualcosa che è già da sempre posto nella possibilità di essere narrato, ma che in nessun modo è frutto di pura invenzione creatrice.

 

Il Narratore è spettatore di qualcosa che è avvenuto o sta avvenendo, nel mondo attuale, in uno possibile o impossibile, e che è suo compito riportare e apprendere tanto quanto è nelle capacità del Lettore, con il solo privilegio (che in ogni caso rappresenta una responsabilità morale intrascurabile) di conoscere i fatti un secondo prima del Lettore. Ma il tempo, ed è una sconcertante banalità ripeterlo, è relativo, e sapere qualcosa un secondo prima rispetto a un tempo successivo non ha alcun peso se paragonato all’ovattata eternità. Ci sono cose che è importante far accadere in un preciso ordine temporale, questo sì (per esempio il ketoprofene va preso dopo aver mangiato, altrimenti ti viene un tremendo bruciore di stomaco); ma una cosa è l’ordine in cui le cose devono accadere e un’altra il fatto che qualcosa avvenga. Come la conoscenza di qualcosa, appunto; anche perché la maggior parte delle cose che pensiamo di sapere non le sappiamo davvero, non finché qualcosa di shockante ci fa realizzare chiaramente che OK ora so questa cosa.

L’onniscienza, di cui stando ai manuali di critica e analisi del testo sarebbe depositario il Narratore (fra cui me, quindi), è un’illusione concettuale utile solo (come del resto la specie umana suole necessitare) per prefigurare la conclusività di una storia, il fatto che essa abbia un senso e una logica, che sia una concatenazione di drammi che nel loro complesso restituiranno un significato più grande e profondo.

Se qualcuno ha onniscienza significa che già da sempre si sa come stanno le cose; e se le cose stanno in un modo, significa che un senso e una conclusione dovranno pur averle. Ma sono sciocchezze.

Nemmeno l’Autore è onnisciente; mi direte, ma questa è un’assurdità, l’ha scritta lui la storia! Certo, l’ha scritta lui, ma, come dicevo, il materiale concreto della sua produzione è qualcosa che eternamente appartiene alle possibilità dell’essere raccontate, come se ci fosse una dimensione al contempo trascendente e immanente in cui tutte le cose raccontabili sono già intimamente accadute.

Per questo non è del tutto lecito parlare di “fiction”, per riferirsi alle storie. O almeno sarebbe bene discriminare fra fiction e associazionismo “fiction=assurdità/cosa inutile” perché inesistente. Le vite di tutti voi umani sono disseminate, travolte, influenzate, migliorate e corrotte da una miriade di cose non esistenti: ideali, concetti, presupposizioni, paranoie, conclusioni affrettate, fraintendimenti, ricordi, interpretazioni, identità digitali. La vita di ognuno di noi Voci, addirittura, dipende dalle fiction. Semplicemente la pseudo inconsistenza della dimensione a cui le fiction appartengono le fa percepire come meno effettive, ma non è così; si tratta della stessa dimensione in cui le decisioni e le scelte che non abbiamo preso sono state prese e hanno dato luogo a innumerevoli ulteriori intrecci di avvenimenti e storie. La stessa dimensione in cui Napoleone si rende conto del suo segreto avvelenamento e quindi riesce a scampare a quella morte, della dimensione in cui Kurt Cobain non si spara e tu stamattina non hai messo la maglia che indossi, ma un’altra, più brutta ma più comoda.

 

Cosa avrei fatto al posto suo, di lei? Non ne ho idea, non sono un essere umano e non comprendo le ragioni profonde delle decisioni e delle emozioni. Come si può commentare in moto assiologizzante qualcosa che strutturalmente non si può vivere? Noi possiamo soltanto intrecciare causalmente i fatti e descrivere ciò a cui assistiamo. A volte rendendo le cose più comiche, oppure tragiche. Quello lo decide l’Autore, per motivi di marketing.

Però mi piacerebbe imparare. Mi piacerebbe imparare ad avere emozioni e a comprendere le ragioni che spingono una così vasta moltitudine di esseri umani a commettere tutta l’infinita pletora di scelte cosiddette sbagliate ed errori che danno vita alle storie. Effettivamente, ora che ci penso, noi Voci Narranti esistiamo perché esistono gli errori e le scelte di merda... Ma forse sarebbe un mondo migliore senza Voci ma anche senza errori. Ma sarebbe senza storie, che poi in linea di principio servono ad istruire gli umani a non ricommettere gli errori... Mah.

Comunque non sono argomenti che ho il diritto di trattare, anche se...Anche se mi sto proprio divertendo a prendere in giro l’Autore, a prendere la sua parola e a dire a tutti come stanno le cose! Però i lettori si annoiano, per cui meglio tornare a quegli sciagurati personaggi.

Ma a cosa di preciso?

Per forza al momento presente, quello in cui lei esce dal bagno e vede lui dormire, e compara involontariamente il desiderio di inesistenza di questo presente a al desiderio di assolutizzazione di quel presente passato in cui avrebbe voluto chiudersi nell’eternità. Non possiamo tornare all’altro momento, perché ormai è diventato eterno, cioè annullato.

Con estremo rammarico si lascia lo specchio e il bagno alle spalle, per guardare poi lo schermo del telefono vuoto e lasciarsene deludere come spesso accade.

Si domanda se per il fatto che vediamo i corpi celesti sotto forma di immagini e rifrazioni provenienti da centinaia e milioni di anni luce (e quindi vediamo i corpi celesti così come erano centinaia di anni fa), allora chissà se esiste un pianeta che dista otto mesi luce e da cui è possibile rivedere di nuovo lo struggente momento eterno che ha ricordato poco prima.

 

Si gratta il culo, beve il fondo di una birra, fa una specie di gargarismo putrido con quel liquido ormai tiepido e sgasato. Lo stomaco vuoto e in subbuglio, le tempie che scoppiano. Rovista nella borsa alla ricerca di un OKI e ne trova mezza dose accartocciata e annerita, posta e dimenticata sul fondo della borsa come un’antica graffetta all’angolo estremo di un cassetto chiuso sette anni prima.

Si versa la polvere direttamente in bocca, fa un sorso d’acqua direttamente dal rubinetto.

Un altro gargarismo spiacevole, e giù tutto in un sorso.

Cazzo ma sono a stomaco vuoto...

 

Nemmeno quella volta aveva imparato la lezione.

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