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episodio 3.

Pubblicato su da Sara Costantini

chissà se il tempismo sia un fenomeno determinato casualmente o se possa essere istituito indirizzando alla sincronia azioni e comportamenti. chissà quale successione di scelte automatiche quotidiane – sedersi su quel lato o quest’altro del bus, fermarsi per strada a comprare un giornale o decidere di leggerlo online più tardi, buttare giù i fusilli integrali o il farro, mettere le scarpe nere o bianche – lo avevano condotto fin lì, nel corridoio di quell’edificio, davanti all’ascensore, a quell’ora. mi domandai internamente una cosa del genere, meno articolata ma contenutisticamente simile, mentre terrorizzata cercavo di non poggiarmi più del dovuto sulla superficie di quel sedile.

c’era un inequivocabile odore di sperma, e diversi fazzoletti accartocciati, come le più brillanti e fallimentari idee, buttati sul tappetino e inseriti forzatamente dentro l’inutile insenatura (progettata per metterci chissà quali oggetti) a fianco al tasto per abbassare e alzare il finestrino.

«ma chi è che scopa in una macchina enjoy?!», ruppi il silenzio.

«non lo so, ma lo trovo punk», disse mentre cambiava marcia. menomale che parlava la mia lingua. aveva la guida sicura, e una presenza seducente e magnetica. un imponente senso di soggezione nei suoi confronti non mi lasciava fare a meno di interpretare qualsiasi gesto o parola esprimesse come dichiaratamente positiva verso me, e quindi diventavo momentaneamente euforica, o dichiaratamente negativa, quindi mi sentivo smarrita e privata di un non so quale sentimento che in effetti non mi era stato mai dato.

«dove stiamo andando?», domandai, mentre un olezzo particolarmente forte di sperma arrivò al mio olfatto, costringendomi a premere di scatto, con l’estrema punta del mignolo per ridurre al minimo il rischio di toccare liquami e germi vari, il tasto per abbassare il finestrino.

«in ospedale, e dove sennò... come ti senti?», mi lanciò una rapida occhiata.

con la schiena ero poggiata, senza poggiarmi davvero, all’angolo del sedile, quello a ridosso della cintura di sicurezza, come uno specchio o un quadro che, tolti dal muro, sono momentaneamente posati in bilico tra il pavimento e una parete. le mie braccia, scomposte, disegnavano un poligono asimmetrico fra il mio busto e le cosce, la cui carne morbida, per via dei movimenti del motore, emetteva impercettibili tremori.

lui sembrò accorgersi di qualcosa, forse della mia ruminazione, così mi strinse dolcemente il polso sinistro con una presa inspiegabilmente timida e maliziosa al contempo.  

«ma, sto bene... ora» risposi. dovevo solo vomitare, di nuovo, al massimo.

dischiuse lentamente la presa del polso e lasciò scivolare la sua mano fino al cambio, con lo stesso movimento che le foglie compiono per raggiungere il terreno una volta staccate dal ramo. guardai quella mano, pallida, per poi risalire all’esplorazione visiva di tutto il resto. aveva qualcosa di familiare, ma era impossibile che fosse così.

mostrava, nei suoi leggeri tic, i segni di una adolescenza difficile segnata da dolori e rinascite. emetteva un rumore leggero quando espirava. indossava una giacca di cuoio e dei jeans chiari. aveva l’odore che avrebbe la delicatezza, se la delicatezza fosse una fragranza.

«cosa hai avuto, lo riesci a ricordare ora?» mi chiese, abbassando di un’ottava il suo tono di voce.

«no... posso ipotizzarlo, però», respirai profondamente, decisi spontaneamente di parlargliene.

«a volte mi succede di essere soggiogata dal mondo», feci un colpo di tosse e ingoiai nervosamente della saliva; e se non riuscisse a capirmi? e se non riuscissi a spiegarmi? penserà che sono l’ennesima ragazza problematica continuamente interrotta, una di quelle da cui inizialmente ti lasci affascinare ma poi te ne allontani, prima che i buio della loro anima divori la tua luce, e se fosse un maniaco? dove mi sta portando davvero? ma no...questo no. mi fido di lui. mi bacerà? oddio ma che cazzo penso, ma perché mi fido di lui? perché l’ascensore si era bloccato? il signor Freudig me l’aveva detto che... lui aspettava che proseguissi, sbatteva le palpebre con la grazia che hanno le piante nel lasciarsi fluttuare dal vento.

bloccai il mio ridicolo flusso di coscienza, e continuai.

«mi sento soggiogata dal mondo, ma non nel senso, come dire, pseudo esistenziale del tipo “le preoccupazioni del mondo e della vita”, oppure “la precarietà del lavoro”, “l’angoscia per il futuro...” non queste cose qui».

volsi lo sguardo al panorama urbano che si dissolveva, nuovamente, al di là del finestrino: ero in germania? o ero di nuovo ?

«a volte gli stimoli del mondo sono così irruenti, e la mia adesione alla realtà si fa così forte che mi depersonalizzo. e succede o quando il mio corpo-coscienza vorrebbe assolutamente evadere da quella circostanza, o quando al contrario vorrebbe rimanervi consenzientemente intrappolato per sempre, in una perpetua esperienza di quel momento stesso».

svoltò a sinistra; una struttura gigantesca, più simile a una centrale nucleare o alla stazione spaziale internazionale, che a un ospedale, apparve davanti alla nostra vista.

«come dei cicli che si chiudono, o si ripetono?», commentò lui.

«come dei cicli che si chiudono e si ripetono», ribattei.

la matassa di emozioni che stavo provando, i suoi capelli in controluce, il suo abbigliamento, l’illuminazione dei neon della strada: tutto confluiva nella trama narrativa di una percezione estatica e polisensoriale che sono tuttora incapace di descrivere.

chi era quella persona che mi sembrava di avere amato da sempre?

sentivo di nuovo distintamente l’ago nel mio addome.

 

fortunatamente, almeno secondo il mio punto di vista, il pronto soccorso era pieno di persone, e io ero visibilmente migliorata nel mio equilibrio e nella mia adesione alla realtà. per cui, dopo aver preso due caffè americani alla macchinetta del pronto soccorso, bevuti sul marciapiede appena fuori, in bella vista rispetto al flusso di casi umani che come le anime nella metempsicosi emigravano dentro l’edificio in stato confusionale ma ben consapevoli della loro meta, decidemmo di tornare verso lo studentato.

 

la sua camera sembrava un museo del kitsch. lucine al muro, poster di arte barocca, oggettistica demodé, ottone, legno, tessuti zebrati, strumenti musicali, un grammofono, piante grasse, libri di discipline orientali non meglio specificate. il materasso era posto direttamente sul pavimento, i cuscini accartocciati in forme causate dal peso di corpi che vi si erano posati sopra, per lungo tempo.

avevo un mal di testa massacrante, come se dei corpi appuntiti stessero cercando di evadere dal mio cervello, come se stessi per partorire Atena. ma “partorire-dalla-mente” dovrebbe dirsi “ment-ire”? pensai, «ma “partorire-dalla-mente” dovrebbe essere detto “mentire”?» gli chiesi.

lui mi porse un barattolo di fagioli cannellini adibito a bicchiere, con dell’acqua dentro. mi sorrise e mi disse che gli asciugamani puliti erano sul tavolo, e che avrei potuto tranquillamente occupare il letto nella sua interezza perché avrebbe dormito per terra.

feci la doccia. lui aveva una quantità davvero insolita di saponi, che non sapevo distinguere, dato che il mio tedesco merdoso non riuscii a farmi tradurre quale etichetta comprendesse la parola bagnoschiuma, balsamo, etc., queste cose non le abbiamo fatte al corso eh, però Kopfschmerzen, e che Kopfschmerzen che avevo, cristo.

tornai di là, nuda e inumidita dentro l’asciugamano scolorito che avevo addosso, e mi stesi sul letto.

lui era già lì a fianco, sul pavimento. aveva messo della musica prog.

anche se con della musica di merda, sentivo di essere nel posto più sicuro del mondo.

mi voltai verso lui per guardarlo un po’, ed ebbi la conferma di essere nel posto giusto, nel momento giusto. riconobbi nella visione della sua sagoma e nella sua essenza tutta la felicità che è possibile esperire nel corso di una vita intera.

mi addormentai senza esitazione mentre i suoi polpastrelli perlustravano la mia schiena nuda.

 

il risveglio fu traumatico, ma poteva andare peggio.

pressione sotto zero e nausea.

era tardissimo, dovevo assolutamente sbrigarmi. era il giorno dell’autopresentazione degli assegnisti nuovi arrivati. dovevo finire il documento con il progetto, dovevo rivedere alcune espressioni e concetti da tradurre in tedesco in modo più chiaro. lui non c’era.  non trovavo i miei vestiti. non avevo tempo per riflettere così presi dal suo armadio un maglioncino a caso, la cui lunghezza bastava a farlo sembrare un vestitino, misi gli anfibi. bevvi l’acqua nel barattolo, reduce dalla nottata.

compresi, grazie alla mancanza di equilibrio e alle crepe nello stomaco, la gravosità del mio post sbronza, mi diedi una pacca immaginaria sulla spalla e mi diressi verso l’uscita.

«Iras! ehi», la sua voce ruppe il silenzio del corridoio.

«Iras... che nome ipnotico. è il nome di una stella ipergigante avvolta da una nebulosa, lo sai?», era seduto in cucina, nello spazio comune del piano. non lo sapevo, ovviamente.

«dove vai?», mi chiese alzandosi e mettendo una mano in tasca, mentre si passò l’altra fra i capelli.

«non ti trovavo, non sto scappando... anche se effettivamente è una cosa da me nelle mattine del day after», dissi alzando le spalle. lui sorrise e scosse la testa.

«devo andare in università, ho preso questa maglia perché...», continuai.

«ti ho messo a lavare i vestiti, te li riprenderai quando saranno asciutti. non sono un feticista. non di vestiti almeno». una leggera eccitazione sessuale si affacciò fra le mie sensazioni confuse.

«vieni, sta per bollire l’acqua. bevi un tè prima di andare», disse. mi cinse il fianco con il braccio sinistro mentre con l’altro indicò il tavolo a cui era seduto poco prima.

che strane le sedie vuote spostate, che indicano il fatto che qualcuno, tempo prima, fosse lì. che strane le tracce, le impronte; segnali assenti di qualcosa che certamente è avvenuto e di cui possiamo solo ipotizzare il decorso.

si sedette, e nel farlo notai che aveva la capacità di rendere grazia e delicatezza a qualsiasi gesto facesse. posò un braccio sul tavolo, allungando la sua mano in prossimità del margine adiacente alle mie gambe. io rimasi in piedi, di fronte a lui. non so descriverlo perfettamente, ma le labbra rosa si muovevano immobili, chiuse in una curva che mi trasmetteva il sorriso più intimo e profondo che mi fosse mai stato rivolto.

gli posai una mano fra i capelli, mentre la mano stesa si muoveva con precisa dolcezza, come quella di un suonatore d’arpa.

improvvisamente sentii come di essere osservata. ispezionai le finestre delle altre abitazioni, visibili dalle finestre di quella stanza, e vidi ovunque le solite esistenze fortunatamente indifferenti alla mia. esistenze, come la mia, tutte contingenti eppure in qualche modo necessarie affinché le cose vadano così e non altrimenti, affinché il mondo attuale sia effettivamente questo e non un altro.

esistenze indifferenti alla mia, tranne una: una ragazza era in piedi immobile dietro una finestra dell’edificio di fronte, una di quelle finestrate che costeggiano i corridoi degli studentati. guardava verso di noi, come se stesse cercando qualcosa, riconoscendo qualcuno. la mia miopia mi impediva di capirne i connotati, ma riuscii a riconoscere nel suo abbigliamento una felpa di qualche gruppo metal o qualcosa di simile.

«ma che fa quella lì, ci spia? e poi che indossa?!», chiesi a lui.

«starà facendo cose al telefono, vedi che lo ha in mano», la sua mano smise di suonare l’arpa invisibile e con i polpastrelli si mise a toccare il tavolo con movimento sinuoso e circolare, quasi simulando i tentacoli delle meduse. le meduse sono così innocue e nocive, affascinanti ed eteree, trasportate dalle correnti dove spesso non vogliono, eppure sanno affermare sempre la loro presenza.

lo guardai con la stessa intensità interpretativa che si scontra con la resistenza all’interpretazione che si prova davanti ai quadri di Pollock.

«e indossa una felpa dei Pantera, pazzesco! li ascoltavo anche io anni fa, da ragazzino». si girò verso me, con l’indice della mano destra compì il percorso che collegava il dorso della mia mano al tessuto del maglioncino che copriva il braccio, fino al lembo di pelle scoperta fra il collo e il mento.

un brivido dietro la schiena mi trafisse, la pressione saliva vertiginosamente, per poi fermarsi in un unico battito di cuore, sordo ed eterno.

«tu, Iras, li ascoltavi i Pantera?»

 

mi fu tutto, insensatamente, chiaro.

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