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Ho fatto le pennette all’arrabbiata, ma sono felice.

Pubblicato su da Sara Costantini

Narratore. È un po’ folle, ma è speciale.

Forse perché solo non conoscendo a fondo qualcuno, si può nutrire quella inappetibile anelazione per l’altro; la mancanza che sottende rende sempre possibile il movimento delle parti. Quando qualcosa è completo, non c’è più movimento. Solo se fra le cose c’è spazio, e quindi manca qualcosa, può crearsi movimento. Lo diceva anche Greimas, parlando del piano narrativo.
È piuttosto folle, ma è davvero speciale: forse perché per amare c’è bisogno della distanza, ed è per questo che le cose che si amano sono prossime alle stelle.
Ma non mettiamo in mezzo l’amore, che nella sua maestosità risulta prosaico, nonché mendace e paradossalmente riduttivo. Riduttivo, perché è un concetto così stressato, che si riesce a immaginare l’amore solo sotto forma ciò che la letteratura e la cinematografia o il cristianesimo hanno inteso per secoli.

 

P. Premessa. Ho fatto le pennette all’arrabbiata, ma sono felice.

È una pietanza tipica delle sere chiassose, tuttavia sono placida in questo lunedì che sembra venerdì, per numero di impegni e affanno. Allego una foto, per rendere l’esperienza immersiva.
Da piccola mi prendevano in giro per la forma del viso.

 

T. Non credo nel destino, credo sia un cestino. Da basket, magari. Puoi fare punto, oppure no. Ti ci puoi pavoneggiare davanti, oppure segnare con eleganza senza essere strafottente. Ti puoi vestire di merda con quei completi oversize della Nike, oppure puoi essere di passaggio al campetto sul mare, in un bianco pomeriggio di ottobre mentre pensi a quanto sei fuori forma e a quanto alla fine vada bene così.

 

P. Corollario. Il tragitto che ho compiuto oggi è un tragitto che non avrei voluto mai completare.
Perché una trasognante sensazione mi accompagnava. Perché immaginavo di vivere le scene di un film romantico dalla trama sconclusionata. Perché immaginavo l’impossibile epifania della tua sagoma sproporzionata e un po’ goffa davanti a me, da un momento all’altro.

 

T. Teorema. Le cose che non possono accadere sono le migliori. Perché non possono finire né rovinarsi.
Ascolto questo disco, [link]. Non è una dedica, ma ti consiglio di ascoltarlo.

 

Narratore. Strane sensazioni da entrambi. Lei decide di sparire cingendosi di un ridicolo alone di mistero. Lui per il momento smette di pensarci quindi non alimenta il pensiero.

Trascorrono alcune ore.

 

 

P. Tappa 1. Il ponte di Stalingrado. Ci sono tramonti dal sapore post apocalittico, che da qui è possibile osservare. Assaporare, tra lo smog delle utilitarie in corsa e le emissioni della centrale elettrica, colori che sembrano sovrapposti da una patina agghiacciante e ruvida, prendendo sfumature che ricordano i giornali vessati dalle intemperie, buttati agli angoli della strada. Qualcuno potrebbe pensare che merda. Per me invece sono evocazioni che fanno impazzire.

 

T. Cuoricino. È giusto assecondare qualunque cosa possa essere interpretato come desiderio o aspirazione personale.

 

Narratore. Lei si adorna nuovamente nel ridicolo e fittizio mistero, per un paio di ore. Nel frattempo pittura a caso su una grossa tela, forme che spontaneamente diventano la sagoma stilizzata di una vagina. Ride, la regalerà a qualcuno. Lui va a sbirciare il suo profilo. È strano, ma c’è qualcosa di lei che gli ricorda immagini familiari, significati e simboli reconditi. Un po’ si imbarazza da solo per il leggero stalking precario, quindi decide di ri-ancorarsi alla realtà uscendo di casa. Inevitabile trovare per la città tracce inesistenti di lei. Trascorrono cinquantasei minuti.

 

P. Tappa 2. Nelle vie che non si sa perché sono state rinominate con nomi di vie a tutti gli effetti, mentre tendenzialmente si tratta di sentieri, al Parco Centrale.
È qui il luogo in cui mi sono allenata, come in una palestra militarizzata - militarizzata perché mi obbligavo in tutto e per tutto, ed era un allenamento oltremodo difficile - a fare le prime uscite da sola, senza alcun accompagnatore, per cercare di riabituarmi a sopravvivere all’agorafobia. Ogni giorno mi obbligavo a percorrere almeno una parte di un percorso. Altre volte riuscivo a mala pena ad arrivare ai cancelli. Ora va meglio, ma non ancora riesco a fare il giro intero. L’altra sera ho fatto avanti e dietro per diverse volte. C’erano due ragazze che urlavano disperatamente “Omar! Omar!”. Era buio pesto. Ho avuto paura. Credevo si fosse perso un bambino. “Omar! Omar!” Risuonavano le urla. “Certo, che nome del cazzo per un bambino. Ma del resto siamo stati tutti bambini. Siamo stati tutti orribili bambini, con orribili cattiverie. Anche quelli che da adulti si chiameranno Adolfo o Lucia, sono stati bambini. Poi comunque ho capito che Omar era un cane. Ma lo spavento e la premura mi stavano ancora assillando. Così ho iniziato a cercare il cane, così, a caso, chiamando il suo nome in giro per le buie vie dei giardini. Solo dopo averlo trovato, da solo e lontano da tutti, chiamandolo per nome andando a tentativi, mi sono resa conto che ero riuscita a fare il giro intero del parco, per la prima volta da sola, dopo quattro anni.

 

T. Questa è una storia speciale.
Tu, speciale.

 

P. Cuoricini.

 

Narratore. Forte emozione. Insensati desideri. Discutibili presagi. Trascorrono ore. Lei prova delle strane fitte allo stomaco, che cerca di esorcizzare con scarso risultato con una tisana digestiva, che le procurerà non poche noiose e antipatiche trasferte in bagno, a fare pipì, diverse volte nella notte. Ripensa alla giornata, allo strano storytelling e alla bizzarra composizione attuale dei suoi sentimenti. Decide di non indagare ulteriormente. Lui guarda più volte la posta elettronica, senza un particolare motivo. Forse sta cercando la newsletter di turno da eliminare, forse solo un movimento compulsivo che possa sottrarre spazio all’indescrivibile senso di sospensione che sta provando. Lei è così strana. Lui così incompleto.

Difficile dire il finale.

Per ora finisce la giornata.

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