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episodio 2.

Pubblicato su da Sara Costantini

[“l’applicazione dà la macchina più vicina a un km e mezzo. puoi farcela?”, disse arrotolandosi le maniche della camicia fino ai gomiti. scandiva le parole con delicatezza e profondità. forse era solo la mia sensibilità corrotta, ma avvertivo una fragranza di spezie provenire dalla sua persona.

“se ti togli quelle scarpe...forse”

“cosa!?”]

 

 

odiavo quando nell’ora della mia tisana stoppa-fame sentivo rumori provenire dalla cucina. significava che, inesorabilmente, qualcuno stava occupando parte del mio agognato spazio vitale, proprio mentre avevo impellenza di recarmi lì. significava che 1) avrei dovuto mettere a tacere il mio bisogno, come facevo per la maggior parte delle cose che mi arrecavano turbamento emotivo di qualsiasi tipo, o 2) avrei dovuto armarmi di ipocrisia e coraggio e andare lo stesso in cucina, controllando il battito cardiaco e le vertigini dovute all’irrigidimento muscolare dovuto al disagio del trovarmi in mezzo a persone che non volevo incontrare, con il rischio di interloquire.

nel fare questi ragionamenti andai in corridoio, portandomi il telefono per fingere di avere cose da fare, per non sembrare strana se qualcuno fosse passato e mi avesse visto lì sola a guardarmi intorno.

le pantofole sfondate solcavano goffe il corridoio, che era vuoto e pieno di rumori sibilini provenienti dai neon. era incredibile la bruttezza-bellezza di quell’edificio, in generale di quel contesto residenziale; l’arredamento spartano e la sporcizia sparsa davano la sensazione di essere in un carcere di massima sicurezza, ma nello stesso tempo sembrava di essere in una moderna abitazione in stile giapponese, con enormi vetrate, colori tenui e legno. mi venne in mente la scena di Nowegian Wood in cui Midori e Watanabe pranzano a casa di lei davanti a una finestra aperta da cui si sente il temporale; sorrisi, imbarazzata.

l’intimità è così terrorizzante e così inevitabile.

 

camminai un po’ avanti e dietro, mentre sentivo un vivace vociare provenire dalla cucina, una voce maschile più pacata e una femminile, dall’intonazione bizzarra. mentre continuavo la passeggiata in quello spazio pseudo domestico deturpato dalla trascuratezza, passai davanti alla grande vetrata che dava sulle palazzine di fronte, e mi fermai lì a guardare fuori.

come sempre, esistenze indifferenti alla mia comparivano negli spazi comuni delle altre abitazioni. qualcuno che preparava opinabili pietanze, qualcuno sorseggiava una bevanda calda seduto davanti al portatile, con pantofole peggiori delle mie, qualcuno guardava fuori dalla finestra, come stavo facendo io. durante questa poco professionale irruzione nell’intimità quotidiana altrui, una scena catturò la mia attenzione: nella palazzina di fronte, al secondo piano, al di là di una grossa serie di finestre, c’era una cucina illuminata e ben visibile, tranne che in concomitanza dell’ultima finestra ad angolo. questa era coperta per metà, da una specie di carta da parati che qualcuno aveva utilizzato come tenda alla buona giallognola, forse perché era rimasta lì ad assorbire anni di raggi ultravioletti e vapori di cibi congelati e fritti.

dietro quella finestra semi coperta si intravedevano due figure, prossime ma non attaccate. erano le sagome menome di un ragazzo e una ragazza, legati da chissà quale infelice compromissione emotiva. lei era in piedi, perché non riuscivo a vedere il volto, ma vedevo il busto, cinto in un maglioncino rosso. vedevo delle ciocche di capelli castani un po’ spettinati e la sua mano sinistra posata sul tavolo, le cui dita compivano dei movimenti leggeri e flessuosi come se stesse suonando un’arpa invisibile.

lui era seduto, vedevo parte del suo volto, del suo sorriso affabile, dei suoi capelli mossi, della sua camicia violetta e verdina. chissà cosa si stavano dicendo, cosa stavano programmando. chissà se erano felici, se si erano incontrati da poco e stavano scoprendo la loro reciproca attrazione. improvvisamente la mano che suonava l’arpa si posò sulla parte di testa visibile di lui; lo accarezzava dolcemente.

in quel preciso istante sentii che in qualche remoto angolo di corpo qualcosa stava collassando.

sentii una fitta sorda, al centro dell’addome, come se un ago sottile ma lunghissimo mi avesse trafitta, senza farmi uscire sangue, ma procurandomi una sensazione dolorosa tutta interiorizzata e incomunicabile. di che si trattava? una leggera tachicardia si impadronì del petto, le vertigini della mia postura. non potevo guardare oltre, tornai verso la camera ma realizzai che da lì avrei potuto vedere la stessa visuale. e sarei stata tentata di guardare lì, di nuovo. così decisi di andare in cucina, nel male minore; nessuno mi avrebbe rivolto la parola guardando i miei calzini verde acido abbinati alla felpa dei Pantera.

 

“nessuno capisce il tuo dolore”, disse con aulica pronuncia teutonica doc il punk anoressico all’eccentrica presenza femminile seduta sotto Robert Downey Jr, “ma in fondo chi capisce il dolore, anche il proprio? come si fa a capire qualcosa che va contro il senso della vita?”.

detto questo il punk guardò deluso nell’incavo della sua birra in lattina, forse vuota.

“oh, scheiße! con te parlare noioso è, come parlare con un fan dei Pink Floyd” gracchiò in un tedesco molto maccheronico la tipa.

non riuscii a trattenere del tutto una risata che era anche un po’ una reazione nervosa alla sensazione di panico e inspiegabile gelosia che avevo vissuto poco prima. risata del cazzo che scatenò la prevedibile reazione del punk anoressico che, accompagnato da un coro di rumori di chiavi, portachiavi e catenacci pendenti dalla sua cintura, si girò di scatto verso di me ed esclamò

halo! sei nuova? parli tedesco?”

halo. diciamo che lo capisco, non lo parlo molto bene”, sentivo le dita dei piedi diventare scarabocchi di microscopiche ossa dentro i miei calzini. lo faccio sempre quando ho l’ansia sociale.

“piacere, Hans. lei è Alexandra, è dell’unione sovietica, ahahaha”

“ahahah”, non sapevo se avessi capito bene e se fosse una battuta o che altro “io sono Iras, sono arrivata due giorni fa”

“nome bello, molto. cosa fare qui?” disse Alexandra sbattendo ripetutamente le sue lunghissime ciglia finte.

“Alexandra nemmeno lo parla bene, come vedi...”, il punk ridacchiò.

“ah ma io sono peggio”, era vero.

kein Problem, Iras! allora dì un po’...”, Hans sembrava davvero interessato.

a giudicare dalla tipologia e frequenza dei tic facciali credo che assumesse quanto meno un antipsicotico.

“starò qui alcuni mesi. ho vinto un... come cazzo si dice...assegno, di ricerca...” non potevo davvero stare facendo quella conversazione insulsa.

“fantastico! io studio letteratura comparata, Alexandra scienze dell’educazione... anche se”, si spostò dalla finestra e con un salto inopportuno o perlomeno inspiegabile salì in piedi sul tavolo, “anche se non le lascerei in custodia nemmeno il bambino più stronzo del mondo!”

pensai che in effetti i bambini sono proprio stronzi e che avevo davanti l’unico esemplare di essere umano tedesco dotato di senso dell’umorismo. o forse il primo.

“stasera vieni alla Epplehaus” esclamò Hans simulando di suonare una chitarra, ancora in piedi sul tavolo della cucina, mentre all’inesistente suono della chitarra si accompagnavano le percussioni metalliche di quelle chiavi che teneva appese alla cintura. che fastidio, ma perché le mettono lì?

“c’è un concerto garage”, aggiunse Hans grattandosi dentro le narici, nel tentativo di sanare i fastidi arrecatigli dal suo spesso piercing al setto nasale.

“non so se è il caso... dovrei ancora sistemare le mie cose e delle...carte”, improvvisai. ma poi che merda il garage.

come on, Iras! alle dieci qui, prendiamo lo Straßebahn. ho la vodka mia”, Alexandra doveva essere di qualche paese dell’est europa. questo spiegava il suo accento alla Red di Orange Is The New Black e la battuta sulla provenienza sovietica. “ci divertiremo! ti faremo conoscere i nostri amici!”

il piano di andare con degli sconosciuti con evidenti dipendenze da sostanze stupefacenti e probabili disturbi mentali e comportamentali era tanto folle quanto eccitante.

tanto avevo tutto sotto controllo: avevo già i numeri di alcune compagnie di taxi salvati in rubrica, l’ansiolitico dell’emergenza nel portamonete, il taglierino per gli aggressori, il gel disinfettante, i fazzoletti da buttare sulla strada prima di pisciare (perché altrimenti le gocce di urina rimbalzano addosso con i detriti e i germi dell’asfalto e chissà quante malattie potevano venire...).

misi le calze a rete e gli anfibi, il chiodo con varie maglie sotto. ma di che cazzo ci avrei parlato con quei due? in che lingua poi. le calze a rete non mi stanno più bene, metto i jeans. no, non ho voglia di cambiarmi, vanno bene le calze a rete. ma come farò a comunicare? ma poi che merda il garage. dai basta.

dieci meno cinque, il tempo di mettere male l’eyeliner e via.

 

 

Alexandra mi consigliò di bere già durante il tragitto, perché poi avremmo potuto perderci dentro e avrei “rischiato” di non fare in tempo a bere quella “primizia”. quella primizia di vodka era carburante di scarto, uno di quei liquidi che ti bucano gli organi interni per cercare i tuoi ultimi brandelli di anima sopravvissuti alla tarda adolescenza. e li trovano, e li ammazzano.

pensai che la monucleosi sarebbe stata facilmente debellata dall’alcool contenuto in una vodka così rude. pensai alla dose di bugie che è possibile raccontarsi pur di sfuggire momentaneamente al dolore.

poi mi attaccai alla bottiglia, e senza troppa esitazione ne scolai quasi un terzo, seduta sul verde plasticoso del sedile del tram. Alexandra era visibilmente fiera di me, ne bevve una quantità ancora più generosa e, spavalda nel suo tubino in latex, con le sue morbide e tinte-di-rosso labbra carnose, reggendosi al palo del tram mi disse “guarda! sono Lady Gaga in Love game!”

Hans mi passò una sigaretta da fumare quando saremmo scesi; io la accettai e, avvicinando la fronte contro la sua esclamai, “sono in germania, cazzo!”

 

Epplehaus era un posto incredibilmente cinematografico. appena arrivai l’impressione fu quella di trovarmi davanti ad un luna park dismesso ma in funzione. era tutto un proliferare di materiali arrugginiti, tubature esterne rossicce disseminate di aloni grigiastri, luci psichedeliche provenienti dall’interno, che trasmettevano un senso di disturbante alterazione, per questo fascinosa.

sullo stucco della muratura dell’edificio a sfondo rosa, graffiti ovunque. scale strette di ferro piene di liquidi asciugati ma neanche troppo, ci condussero all’entrata. locandine di concerti passati e trapassati e con i bordi consumati appese ai muri interni. pavimentazione a scacchi bianchi e neri, qui e là materassi sfondati pieni di scritte e da cui fuoriuscivano budella di lattice, su cui sopra giacevano persone a limonare, a smaltire l’effetto di qualcosa o semplicemente a odiare la vita, e ricordarselo guardandosi intorno in un momento di potenziale ludibrio.

scenario molto visto in tv e film underground, mai nella realtà automatizzata di una giovane donna di un paese di provincia del sud.

il concerto per fortuna era già iniziato, quindi meno tempo per il live e più per uno sperato dj set decente.

al terzo gin tonic la musica iniziava ad assumere piacevolezza, e il mio tedesco, o qualunque miscuglio di idiomi stessi parlando, diventò più fluente. mi ricordo di aver aggredito verbalmente Alexandra, che ucraina non conosceva il movimento Femen. lei rideva, ma che cazzo rideva? ricordo perfettamente anche il disturbo visivo che mi fece vedere uno sdoppiato Hans che stava pomiciando con uno sdoppiato tizio molto più alto e robusto di lui. ah ecco perché era gentile con me, pensai barcollante e stupida, perché è frocio!

poi, più o meno, il vuoto. avevo solo qualche scena in memoria, ma come unità discrete totalmente sconnesse fra loro e non poste in una progressione temporale.

strette di mano, numeri di telefono. urina sulla gamba. momento di disperazione per la nullità dell’esistenza e per il numero sconsiderato di calorie ingerite, di neuroni persi.

la serata proseguì, come molte altre nella mia vita, fra scene di goliardia e sbalzi d’umore, momenti di stanchezza e nausea forte. sonnellino di dieci minuti, o di tre ore, chi può dirlo.

poi a una certa Alexandra mi prese e mi mise su un taxi, “sei un fenomeno, Iras!”

poi disse un indirizzo all’autista, e sperai che fosse quello dello studentato e non quello di una chiesa abbandonata in cui stavano facendo un rituale satanico.

 

l’architettura urbana nel bagliore notturno manifestava il suo avvenire di cemento e ferraglia mentre si dissolveva in panorami uguali al di là di tutti i finestrini. come fossi seduta sul posto d’onore di un teatro catottrico, sui cui schermi vedevo contemporaneamente il mio pallido riflesso sovrapposto allo spettacolo che scorreva fuori come una pellicola.

ero malauguratamente comoda in quel taxi, sul quel sedile di pelle nera un po’ sfondato che sembrava stesse aspettando da sempre di ricevere il carico dei miei cinquantatré chili, modellato com’era sulla perfetta sagoma del mio corpo.

la triviale puntualità con cui arrivò il mio crollo psicologico, accompagnato da sommesso pianto, non sembrò turbare l’uomo a cui pagai diciassette euro i minuti di vita che dedicò al mio tragitto verso il posto sbagliato, allontanandomi da quello giusto, collocato un paio di nazioni a sud.

pensai dunque che avesse assistito a peggiori, di crolli psicologici, tipo quelli di ipotetiche mogli o prostitute scappate, o quelli di docenti universitari stranieri vestiti eleganti ma con alle spalle zaini Invicta bucati e pieni di papers e tablet (presi con i punti dei supermercati), o di persone losche, pentite. cosa potevo mai essere io? una semplicissima giovane donna reduce da una serata forse andata male, forse ubriaca, forse drogata, che ha litigato con qualcuno oppure ha scoperto un tradimento oppure ha tradito. e che va via, ma facendolo piange.

l’uomo a cui pagai diciassette euro quei minuti di vita che dedicò al mio tragitto verso il posto sbagliato (ma fortunatamente giusto perché non era la chiesa abbandonata ma lo studentato) disse che i fazzoletti erano nella tasca retro del sedile del conducente.

capii che aveva capito che avessi immaginato qualcosa di simile a ciò che ho appena scritto, e gli sorrisi.

 

la parte difficile fu allora, quando mi trovai persa nell’uguaglianza architettonica degli edifici e delle stradine del campus. ma dove cazzo era casa mia? non mi reggevo in piedi, non avevo alcun riferimento o numero telefonico, maledetta asocialità. ma soprattutto, non ricordavo il numero civico.

un vociare molto remoto, correlato sonoro di incontri su balconi vicini che si protraevano nonostante l’ora tarda, si dissolveva nel circondario.

pensai alla coppia spiata nel pomeriggio. loro in quel momento non erano ubriachi persi senza sapere come tornare a casa. mi fece male il cuore. ma forse era solo il gin.

camminando riconobbi miracolosamente l’edificio dove stava il signor Freudig, quindi con una rapida e fallimentare disamina cercai di ricollegarmi alla memoria sensomotoria e visiva del giorno del trasloco. allora qui bisogna per forza scendere, sì. un lampione intermittente, un cassonetto della plastica. ero nei pressi, lo sentivo.

l’uguaglianza architettonica divenne pallidamente familiare, quando esplorando visivamente i palazzi riconobbi il giallognolo della luce che trapassava dalla carta da parati nella cucina che avevo visto nel pomeriggio. quindi, di conseguenza... casa doveva essere nell’edificio di fronte.

ragionamento impeccabile, mi avrebbe detto Sherlock Downey Jr., e me lo avrebbe detto di lì a poco perché la fame mi stava logorando le viscere quindi avrei dovuto necessariamente fare una sosta in cucina prima di crollare nel sonno eterno indotto dall’alcool.

mi poggiai al portone, esausta.

sentivo la presenza della chiave in tasca ma non riuscivo a governare completamente i movimenti.

il portone era aperto, mistero della fede. annunciamo la tua morte Iras.

non servivano squadra e compasso per dimostrare che la mia pendenza rendeva impossibile la salita a piedi, per cui chiamai l’ascensore.

un portoncino a inferriata precedeva le ante scorrevoli automatiche. mi chiesi a cosa servisse quella inutile doppia protezione, a parte il rendere più difficile l’ingresso, e l’uscita. dobbiamo sempre rendere tutto più complicato, dobbiamo sempre rendere... fanculo!, lo dissi, non riuscendo a esprimere del tutto lo sdegno che una simile banale constatazione aveva mosso in me.

premetti sul drei, poi su zwei: il piano adesso proprio non potevo saperlo.

premetti un tasto a caso, tirai calci sulle ante. dovevo vomitare. l’ascensore impazzì, le luci si spensero, io non volevo crederci. non poteva essere. era meglio il rito satanico. mi manca l’aria. adesso muoio. rimanere chiusa in ascensore uno dei miei peggiori incubi, era la mia stanza 101, per di più al buio. no, non poteva essere, la tachicardia intanto aumentava, il respiro si faceva affannoso. pensai alla mano che suonava l’arpa invisibile e l sorriso affabile di quel ragazzo. loro erano al sicuro. l’ago lunghissimo mi perforò di nuovo l’addome senza farmi sanguinare, ma stuccandomi il respiro. non feci in tempo a ricordare di avere con me un ansiolitico; sentii una sensazione di calore e paralisi propagarsi dalle periferie del mio corpo, fino al centro del petto. la testa come una di quelle scatole di latta per biscotti al burro, in realtà vuota da anni e piena di inutili chincaglierie.

percepii l’arrovellarsi dei ricordi e delle emozioni vissute negli anni riverberarsi in ogni filamento di DNA. tutto il mio corpo si stava preparando allo scacco finale, e per farlo aveva bisogno di rivivere in un’unica sinestesica sensazione la storia della mia incompleta, problematica e non abbastanza apprezzata vita.

 

 

quindi arrivò il buio.

sinuoso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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