episodio 1.
[aperta, chiusa. trillo. aperta, chiusa. “qui ci morirò”. il piede fra le ante. aperta. vedo il corridoio. chiusa. trillo. aperta. il piede respira. chiusa. trillo. “devo vomitare”. aperta. vedo delle orrende scarpe bianche.
“ti senti male? mi senti? ehi?”]
la cosa meno piacevole di quella visione rimaneva la tenda di raso rosso, raso di pessima qualità per altro stropicciato, che dava alla stanza spoglia l’atmosfera un po’ squallida un po’ amodale di quelle grosse stanze che si vedono nei film americani adibite temporaneamente a chiesa evangelica, poi sinagoga, poi sala per gli avventisti del settimo giorno. insomma quelle specie di drappi ornamentali che non sanno di niente e che imbruttiscono tutto. quindi dopo poca esitazione, la tolsi.
mi spettinai i capelli come spesso faccio, accarezzandomi la cute; ma come fanno gli scrittori a dire che sembra assurdo poter ammucchiare i ricordi materiali di una vita in qualche scatola? ma se il nostro corpo è il primo involucro così limitato eppure ricettacolo di tutti i nostri vissuti, delle conoscenze, delle idee, dei sentimenti, delle rappresentazioni, ricettacolo non solo delle cose meramente materiali, ma di tutto l’inesistente possibile e non. pensai che io stessa contengo i miei traumi, i miei ricordi, i miei desideri, in un metro e mezzo di cellule viscide, figuriamoci se degli stupidi oggetti non possono essere racchiusi in cinque o sei scatoloni.
naturalmente non avevo alcuna voglia di iniziare l’impresa, volevo godermi ancora un po’ la spoglia compagnia di quell’ambiente non ancora infestato dalla materialità e dal disordine; avrei sistemato le cose un altro giorno.
il viaggio era stato lungo. la germania è lontana, cazzo. soprattutto se non ti è particolarmente chiaro il motivo per cui tu abbia lasciato tutto per andarci, soprattutto se non riesci a prendere gli aerei e devi viaggiare rigorosamente in bus. avevo spedito i miei pacchi due giorni prima, ed erano arrivati prima di me. fatto divertente perché – oltre a sottolineare la beffa per la mia ridicola fobia del trasporto aereo – chi li aveva posti nella stanza che mi sarebbe spettata li aveva messi in un ordine molto loquace: erano disposti in semicerchio proprio al centro della stanza, in modo tale che una volta entrata sarei stata accolta da questa immobile pesantezza di cose che mi appartenevano ma che erano lì praticamente indipendentemente da me. e quasi mi giudicavano per questo.
il grasso custode dello studentato un paio di ore prima mi accolse senza sorriso e con un cesto pieno di strumenti lerci per fare pulizie.
“sono il signor Freudig”, esclamò sistemandosi la camicia di flanella dentro i pantaloni. io tossii per coprire maldestramente una risata, “Freudig...quest’uomo?!” pensai. “piacere di conoscerla, signore”, risposi prontamente – menomale che le frasi di cortesia a lezione ce le chiedevano tutti i cazzo di giorni.
in un tedesco sensibilmente semplificato mi disse che potevo usufruire di quelle cose per pulire la mia stanza, “anche se tecnicamente chi c’era prima ha già fatto tutto”. mi diede un kit ikea con le cose per fare il letto, che avrei pagato in contanti entro le 10 del giorno dopo, e senza aiutarmi con le due borse che avevo in braccio, mi condusse verso l’edificio dove c’era la mia stanza. distinguerlo dagli altri era praticamente impossibile; si trattava di edifici a quattro o cinque piani tutti uguali, con queste enormi vetrate laterali che lasciavano vedere gli spazi comuni di ogni piano di dormitorio, ed erano costruiti sulla parete scoscesa di una collina, in modo tale che in ogni piano si aveva l’impressione di essere sempre al piano terra. lo studentato era praticamente un quartiere, quasi una cittadella, a sua volta divisa in sezioni. oltre alla sezione con gli edifici appena descritti, ce n’erano altre fatte di agglomerati di pseudo villette a schiera, altre ancora fatte di palazzi di decine di piani. il colore predominante di quel panorama di civilizzazione, immerso e distinto nel rigoglioso verde dell’alta collina circostante, come goccia d’olio galleggiante nella trasparenza dell’acqua, era il grigio. ma non era un grigio triste, era solamente il colore che hanno le case senza intonaco. quindi più che triste era incompleto. il che in alcuni stati emotivi significa essere anche triste, per l’incompletezza. comunque mi piaceva molto la questione delle vetrate e del verde intorno, e mentre mi rendevo conto di tutte queste cose avevo sottovalutato l’ipotetica importanza di ciò che stava dicendo il signor Freudig.
“scusi può ripetere?” gli dissi. “devi ricordarti il 17, vedi, questo è il tuo edificio. una volta che scendi la stradina principale sulla sinistra ci sono i numeri dispari, ricordati il 17”.
arrivammo davanti all’edificio, e vedevo distintamente le cucine dei vari piani, con alcune persone sparse, nessuna delle quali stava minimamente facendo caso alla mia presenza sottostante. un tipo tutto barba e timori stava uscendo dal portone principale, e ce lo tenne aperto per farci entrare, “danke schön”, adoro il suono delle vocali con le umlaut, “bitte”.
la stanza era al terzo piano, il signor Freudig (che di “freud-ig” aveva probabilmente solo i suoi traumi infantili) mi disse che lì c’era l’ascensore, ma che a volte subisce dei guasti, “tutto risolvibile in tempi brevi” esitò, “però insomma fare le scale fa anche bene, ach so!”. mi chiesi se per caso stesse facendo del velato sarcasmo sul mio aspetto fisico, oppure sul fatto che qualcuno aveva dovuto incollarsi i miei scatoloni (forse lui, il che avrebbe spiegato la scortese indifferenza con cui mi aveva fatto portare i miei borsoni da sola per tutto il tragitto). ma poi mi ricordai che i tedeschi sono privi di senso dell’umorismo, quindi espirai, misi lo zaino su entrambe le spalle e salii le scale dietro di lui.
arrivati al terzo piano il signor Felicitànascosta mi mostrò la lavanderia, la rimessa con gli attrezzi, gli elettrodomestici per le pulizie e infine la cucina. mi mostrò la mia dispensa dove mettere cibo ed eventuali stoviglie personali, cosa che avrei sicuramente fatto perché guardando nel lavabo vidi decine di pentole e piatti luridi e mi fu chiaro l’andazzo. potrei dire che Freudig avesse capito i miei ragionamenti, assistendo al mio inorridire, ma la perspicacia non è proprio dote dei tedeschi, infatti senza dire una parola mi porse il calendario delle pulizie e il modulo per prenotare l’utilizzo della lavatrice, il tutto sotto gli occhi cartacei di un orrendo maxi poster di Robert Downey Jr nelle vesti di Sherlock Holmes, appeso sulla parete della cucina indefiniti anni accademici prima.
guardai il poster un po’ inorridita, e l’uomo mi chiese se fosse tutto ok.
pensai a quanto fosse pervasiva la presenza di Sherlock Holmes nella vita di chi studia la filosofia analitica, così cercai di dirlo al signor Freudig, ma non ci riuscii, quindi fece una smorfia e ci dirigemmo verso la camera.
la porta aveva dei difetti, un po’ scheggiata, un po’ ingiallita, con pezzi di scotch rimasti incollati nonostante gli anni e le vessazioni del tempo. prima di lasciarmi le chiavi mi spiegò che potevo apportare qualsiasi tipo di modifica alla disposizione dei mobili, al colore delle pareti, addobbare in ogni modo possibile, ma che nel giorno in cui avrei lasciato lo studentato la stanza doveva tornare “esattamente” così come l’avevo trovata. quindi sporca e spoglia, pensai.
il signor Freudig accennò finalmente un sorriso, mi lasciò le chiavi sulla scrivania e si congedò, chiudendo dietro di sé la morente porta.
fu allora che iniziai ad esplorare visivamente il circondario, gli angoli in cui chissà quali pezzi da due centesimi e graffette si erano insediati negli anni, le superfici dei pochi mobili e del pavimento in linoleum, che avevano per anni contrapposto la loro forza al peso gravitazionale di centinaia di oggetti altrui. osservai le mensole, gli angoli logori, diedi un’occhiata al bagno microscopico di cui non volevo avere idea quanti milioni di germi vi albergassero.
ad ogni modo pensai che poche cose al mondo potevano essere più sporche di una persona che ha viaggiato per quindici ore cambiando treni, autobus e metro, perciò mi sedetti per terra e mi accesi una sigaretta. chissà quali persone erano state lì prima di me, quante persone avevano riso o pianto, quante avevano agognato il suicidio, quante scopate, quali poesie fossero state composte lì, in quello spazio ora spoglio. il letto aveva vissuto guerre sconosciute: il materasso era consumato e un paio di doghe spezzate pendevano sotto. i vetri dell’enorme finestra erano cosparsi di una patina polverosa, che dava alla visuale retrostante l’effetto di una pellicola scaduta esposta per troppo tempo al calore: i colori dell’inverno e del bosco senza foglie apparivano slavati e remoti, proprio come i destinatari della nostalgia profonda che stavo provando in quel momento.
iniziava a nevicare.
decisi di assorbire quel gelo penetrante, così aprii la finestra e mi inginocchiai di fronte ad essa.
mi ha sempre affascinata la magia con cui dallo sfondo indistinto e biancastro del cielo della neve si distinguono progressivamente le infinite molecole di ghiaccio: è così che siamo noi tutti, parte di un retroscena comune, ognuno di noi prosegue la sua esistenza nell’illusione reiterata della propria unicità. ma sarà inevitabile il confondersi e mescolarsi caoticamente nei flutti e le implicazioni della vita, sarà inevitabile essere scambiati, perdersi, incontrarsi per sbaglio, per fortuna o purtroppo: infine, inevitabilmente, dividersi.
i rami spogli degli alberi proprio fuori la finestra erano rizomi vulnerabili ai soffi del vento. rompevano il bianco assoluto del cielo con la loro rugosità aguzza. la neve iniziò timidamente ad entrare in camera, a posarsi temporaneamente sul mio corpo, per poi sciogliersi. era una presenza naturale che mi seduceva contraddittorimente, imponendomi la sua delicatezza.
mi tolsi i vestiti.
qualcosa arrivava su di me, mi sfiorava con impercettibile violenza. veniva contro di me, per diventare parte di me. come se il richiamo dell’acqua di cui siamo formati stesse richiamando a sé le sue molecole, sebbene sotto forma diversa. posandosi sulla mia pelle nuda la neve era quasi dolorosa, poi anestetica: era come se il mio corpo fosse diventato qualcosa che non potevo governare davvero. così gli lasciai fare ciò che desiderava, e che io non concepivo se non in un secondo momento. la mia mano mi sfiorava nel tenue pallore tipico della pelle esposta al freddo. il mio fianco, tremante, si lasciava torturare da quella piacevole sensazione, il mio ventre epicentro di spasmi.
arrivò il piacere, sinuoso.
era successo di nuovo; il mio corpo aveva cacciato la coscienza, e aveva approfittato della mia vulnerabilità.
era successo di nuovo, il mio corpo mi aveva posseduta. ma dovevo lasciarglielo fare, altrimenti avrebbe mandato gli attacchi di panico. lo avrebbe fatto. la neve fluttuava impetuosamente e in modo imprevedibile, sembrava di vedere documentario muto sulle esplosioni stellari. pensai alla strana situazione per cui una nebulosa, costituita di pulviscolo nebbioso, fosse allo stesso tempo fonte spettacolare di luce.
rimasi un po’ a terra, semi incosciente, o forse troppo cosciente, guardando il visibile senza dover alzare la nuca.
le pareti erano palesemente coperte da più strati di intonaco biancastro, interventi riparatori prima della collera di Herr Freudig, e si intravedevano antichi graffiti, scritte, colori, penombre di esistenze segniche a cui era stato imposto l’oblio.
ero in germania.
quella era la mia nuova casa.
e quelle tende... mio Dio, assolutamente da togliere.
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