ma ora, che la storia abbia inizio
La storia che sta per iniziare (ma che infondo è già iniziata) potrebbe non essere finzione, oppure certamente si. C’è un problema epistemologico che appare chiaro sin da subito: quale sia lo statuto ontologico delle opere d’arte e, specificamente nel nostro caso, narrative [attenzione: non che si voglia etichettare questo scritto come opera d’arte nel senso aulico del termine o vezzeggiativo o vanaglorioso, non sto dicendo che questo mio scritto sia un capolavoro o un’opera di altri tempi degna della O maiuscola – che poi, queste maiuscole, chi decide di conferirle? Chi lo sa… – ma semplicemente tento di designare o delimitare un campo semantico, quello delle cose che si generano con l’inventiva e la fattualità di persone che materializzano le idee sotto forma di oggetto (oggetto?) universalmente usufruibile (e certamente non per questo apprezzato) da tutti coloro che anche solo accidentalmente vi incappano]. Ah volevo anche anticipare che la mia sintassi pecca di digressioni e cesure inspiegabili e troncamenti improvvisi e parentesi e virgolette e corsivi. Potrei scagionarmi sin da principio dicendovi (a voi chi? Non sono poi così sicura che davvero qualcuno si impegnerà a leggere ciò che scaturirà dalla mia inventiva odierna) che si tratta di stratagemmi e congetture vari che solo apparentemente appartengono all’ordine degli azzardi segnici, ma in realtà sono frutto di un sentito e rigoroso criterio di scrittura e pensiero… ma direi il falso in assoluto. Io penso in modo disomogeneo, sporadico, s-con-nesso e a causa dei miei disturbi dell’attenzione e di quelli derivanti dal pensiero ossessivo-compulsivo mi cimento spesso in voli pindarici dai legami non facilmente intuibili e durante i quali do libero sfogo alla descrizione meticolosa di oggetti, agglomerati atomici fenomenici, situazioni, sentimenti o sguardi che pretendo di rendere nel modo più autentico possibile, pur sapendo che si tratta di una impresa inutile ed impossibile (il nostro retaggio naturale, il nostro principium individuationis, il corpo biologico insomma, è, a discapito di ogni intellettualismo, il dispositivo reale attraverso cui progressivamente ed in modo inevitabile le percezioni subiscono un andamento del tutto autonomo e specifico e sostanzialmente incomunicabile fino in fondo. Si, certamente quello che vedo di fronte a me è un pc – anche piuttosto scadente et antico, emettente un rumore di ventola raucosa e simil-generatore o simil-come si chiamano i termosifoni che non sono termosifoni ma da cui comunque viene emessa aria calda – o fredda – diffusi specialmente nei luoghi pubblici e posti fra muro e battiscopa e solitamente lontani da ogni manutenzione e quindi emettenti il rumore a cui accennavo pocanzi? - ma le ombre ad esso circostanti, non le vediamo tutti in modo uguale, in parte per la prospettiva da cui osserviamo e di cui siamo a nostra volta portatori, in parte perché questo grigio a me ricorda certi pomeriggi infiniti di novembre a cui associo piacevoli ricordi e quindi mi appare come un grigio morbido e luminoso, ma forse a te questo stesso grigio evoca il cemento invalicabile del cortile da cui i tuoi genitori non ti hanno mai fatto uscire a dieci anni, per paura dei pedofili e dei testimoni di geova e quindi tu vedrai questo stesso grigio con una malinconia differente che te lo renderà odioso e cupo. Ma torniamo al problema epistemologico di prima: queste opere d’arte, queste storie, questi dipinti, sono veri? E se si, in quale sfumatura semantica del termine vero bisogna intenderlo? E se vi sono sfumature semantiche del termine vero, vi sono anche sfumature ontologiche? Chi lo sa.
Il mio compito, o il mio divertimento, consisterà - e già consiste - nel dimostrare la realtà dei sogni, il loro peso, lo spessore ontologico delle aspettative, dell’immaginazione. Il libro è atomi, ma contiene mondi, orizzonti, emozioni. Il libro brucia, ma qualcosa rimane. La memoria, la rievocazione, gli accenni, la sagoma, ma anche la stessa assenza, il fatto che qualcosa-non-vi-sia-più sembra come rappresentare esso stesso il qualcosa, o quantomeno attesta una mancanza di apparenza – di fenomenicità – il fatto che qualcosa sia venuto a mancare dal circolo delle presenze e non-ci-sia, ma c’è-stato e quindi è come se lo spazio avesse assorbito in un modo o nell’altro la stessa presenza dell’oggetto ormai assente, neutralizzandolo.
Poi un giorno giuro che mi metto a scrivere sotto effetto di sostanze stupefacenti. Verrebbe-a-mancare una parte della mia razionalità, o meglio, verrà a di-vertirsi, a differenziarsi, a sublimarsi desublimandosi, per quanto nonostante tutti permarrebbe latente entro i deliri e le distorsioni di senso e non senso, come l’interdetto un desiderio non consapevole.
Ma ora, che la storia abbia inizio.
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