in una giovinezza prolungata
È passato già un anno - domani sarà un anno - amico mio, da quando la periferia carnale della tua anima – quell’ammasso di organi e sangue e sostanze di altro tipo che i più definiscono “corpo” – ha cessato di alternarsi alle periferie di noi altri all’interno del circolo della presenza. È passato solo un anno - domani, domani sarà un anno - dodici mesi, e il senso di vuotezza che ci affligge non trova tempo o spazio. Solo qualche nota o un assolo solitario possono spiegare, possono provare a riempire seppur per un battito di dita o per il tempo di un tragitto in treno da Silvi a Chieti [ tempo di uno sguardo sulle colate di cemento ai lati delle ferrovie, uno sui tramonti appenninici incandescenti, uno sul proprio riflesso, esausto, riverberato sul finestrino perché è così sporco da essere opaco e quindi uno specchio, grazie alle luci dei vagoni] il vuoto non concettualizzabile causato dalla tua assenza.
Qui comunque, non succede nulla di troppo inedito. Beh si, casini ne combiniamo, litigi idioti, chiarimenti scontati, ma per il resto soliti etilismo e letteratura, filosofia del linguaggio e della politica, chiaroveggenza e nichilismo. Te li ricordi i discorsoni sulle scalette? Quanto disprezzo per quelle carni solo apparentemente vive e così evacuate dalle proprie coscienze che camminavano e ci tagliavano la vista sullo spazio dechirichiano dell’università! Poi i ritorni in macchina, i rageagainstthemachine, i tragitti più improbabili per risparmiare due euro di benzina. Te lo ricordi il fomento a quella festa trash con i reddohttchillipeppers? E pensare che in seconda media, quando ci stavo sottissimo per te, quando tutti reiteravano lo schernirti per la forma della tua testa e per chissà quali altre dicerie e le mie amiche non si spiegavano la mia cotta, tu mi chiedesti di masterizzarti un cd di marco masini..cristo Poppi, marco masini! E io che volevo fare la tosta ti mettevo nothing else matter alle orecchie, quando qualche volta mi portavi sulla stecca dalla freetime a piazza dei pini. Poi l’adolescenza, il perpetuarsi delle amicizie comuni, il tuo percorso, la tua nuova scelta di vita. È incredibile quanto si potrebbe imparare dal tuo esempio, tu che gli esempi li odiavi, tu che tutto vorresti tranne che io fossi qui a scriverti questa puttanata, cazzo, e poi pubblicarla - sul blog che tu, proprio tu eri uno dei pochi a seguire! Comunque...che disprezzo per me. Eppure, per qualche insulso motivo, è ciò che sento più proprio oggi, è ciò che mi tormenta mentre cerco di scrivere la tesi, in biblioteca - si sto abusando della biblioteca per scopi non universitari... colpiscimi sul collo!
Mi viene da piangere, se ci fossi torneresti a prendermi a calci in culo – come avresti fatto un anno fa con tutti noi: ma che ci piangiamo, ma se l’esistenza non esiste! – ma che dirti… Spero di non farti un torto, non prenderla male. Ehi amico l’hai letto poi David Foster Wallace? Te l'ho messo a fianco, e ormai è passato un anno… Si che a volte pare che quello abbia scritto col culo, ma in un anno potresti averlo letto cinquanta volte, imparato a memoria. Comunque, l’hai capito di che parla no? Della dannazione del linguaggio. Tu che ne pensi? Tu che lingua parli ora? Quella degli angeli o quella onirica o soltanto quella eloquente ed onnisignificante del silenzio? Vorrei anche io imparare il silenzio, le cui pratiche tu conoscevi già bene, che utilizzavi per scongiurare inutili discussioni – che sfruttavi per dimostrare un po’ la tua cazzutaggine. Dani ma quando ci vedi fare lo schifo, fare sesso, quando ci vedi piangere, masturbarci, sognare ad occhi aperti, cosa pensi? Secondo me fai solo ghigni di sarcasmo, quelli di sempre, quelli che nascondevano puntualmente un pensiero latente, una affettività inespressa.
Comunque, nonostante tutto, amico mio, non tornerei indietro. Non tornerei ad anni fa, a quando potevo ancora pregarti di regalarmi il maglione a righe "con i colori della Romania". E sai perché? Perché il tempo non cambierebbe il suo percorso, perché il destino sarebbe animato dalla stessa disintegrante fame, perché succederebbe tutto, di nuovo. E i nostri cuori – di noi periferie ancora rimaste – sono straziati, colmi di cemento e smog, colmi di traffico e disattenzione. Come i sobborghi della Londra orwelliana – dove c’è tanto di quel disagio, che solo tu forse potresti farne poesia post poetica, dove si insinua flebile una speranza di rinascita, una luce fioca, un oggetto di antiquariato [speranza che, stando al libro, non si capisce mai se possa essere esaudita, ma della quale il solo anelarvi riscalda ancora – poco, male, ma ancora – la possibilità che vi sia] che resta lì in nome di una assenza, di un ricordo, di quel galleggiare in una giovinezza prolungata che tu, amico, hai creato e custodisci.
Chissà che riserva il futuro, magari dimenticanza e buio, magari sorpresa e resurrezione.
Ad ogni modo, manchi assai.
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