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oggi ho un problema

Pubblicato su da Sara Costantini

Quante possibilità ci sono che la persona che credi di amare ami te, o ne sia convinta e tu anche, e resti al tuo fianco per un tempo interminabile, o terminabile ma intenso, o intenso ma inesistente?
Quante possibilità ci sono che un accendino BIC resti nella tua proprietà, che non si perda in quella dimensione lontana e misteriosa e obliante, quella dimensione in cui finiscono anche i calzini, le chiavi della cassetta della posta, gli impegni lavorativi, le responsabilità coniugali e le pasticche di ibuprofene che eri certo di aver messo in borsa?
In questa vita è tutto incerto; l’orario del treno, la coniugazione dei verbi, l’affetto di un amico, il sole che sorge domani. È incerta la percezione del tempo, del movimento.
Milioni di cellule si riproducono e muoiono ad ogni respiro, eppure ci si sente uguali e sordi ad ogni esplosione interna,a ogni scossa elettrica neuronale. Dentro di noi universi microscopici si muovono ciecamente e dispoticamente, facendoci vivere. Descrivere il respiro potrebbe godere di suggestioni poetiche inesauribili, se solo non si riflettesse un attimo sul fatto che si tratta di dipendenza da qualcosa di esterno ed inorganico, l’ossigeno, l’ossigeno che brucia quando il fuoco divampa, che esiste da millenni senza mai disintegrarsi e quindi ci precede anonimo da tempo immemore, e quindi sa tutto di noi, nominati ed illusi, e ci possiede e ci prevarica, noi miti creature spasmodiche e drogate di realtà e sentimenti, fatti di niente e di sangue. Quale peso possiamo attribuire alla conoscenza, all’ interno del processo vitale e della civiltà, se la prima istanza a noi assolutamente sconosciuta è l’uomo stesso? Chi è più immortale fra l’anima e l’acqua? La prima è costretta per anni a subire privazioni e torture, visioni orribili, abbandoni silenziosi. Una dipartita momentanea, la dimenticanza assoluta. La seconda esiste dal momento in cui l’Universo si è costituito, si trasforma ininterrottamente, fluisce, purifica, si arresta, solidifica, muore sciogliendosi poi resuscita evaporando: cade irruenta o scende candida e di nuovo scorre.

Oggi ho un problema; la mia concentrazione si è persa nei picchi assordanti della pioggia, naufragata nei flussi di acqua fra scarpe e tombini. Andata via in un batter di ciglia, quell’unico che mi è bastato per distogliere lo sguardo dal foglio e adagiarlo malinconicamente oltre la finestra.
Le antenne sulle case sembrano i gracili arti inferiori di un enorme plumbeo tavolo e viste così dal basso pare proprio non reggeranno quel peso a lungo. Allora attendo inerme che questo vento le spezzi, che quella torpedine si insinui violenta nelle pieghe dell’essere, più di quanto non lo stia facendo, più di quanto non l’abbia sempre fatto. Accendo il fuoco e questa luce cozza inopportuna col buio circostante; il tempo di un tiro rassegnato e di nuovo la tenebra mi avvolge. Guardo il fumo sinuoso della sigaretta vezzeggiarsi in ghirigori danzanti, leggero come un’anima.
Un Grigio impetuoso ed eloquente sembra aver preso adesso possesso della mia coscienza. Non riuscendo a dare voce a questo silenzio, l’ha preso lui e l’ha trasferito nel cielo. Adesso urla tuoni lontani che lacerano le nubi esplodenti polveri e liquidi. Grigio si dirama inevitabile oltre i tetti e si è steso sul mare, dove all’orizzonte si è dispiegato in becchi aguzzi e supini, proprio in mezzo alle piattaforme cineree. Ho sempre provato una inquietudine strana nel notare il colore chimico che assume il mare durante i temporali. Sembra un verdognolo malsano, un azzurro sporco. Sembra un tessuto fosforescente sintetico buttato anni prima e lasciato scolorire ai margini di una strada semi abbandonata. È un colore indescrivibile e colmo di abbandono. Lo osservo agitarsi in collisioni violente di onde, le quali sembrano levarsi verso il cielo come fuoco di acqua. Senza accorgermene percepisco quell’umido impetuoso trasferirsi dentro me, in un punto non meglio localizzabile fra le pupille e la corteccia somatosensitiva. È lì, si muove ed urla. Recalcitra, si stanca, mi consuma lentamente.

Vorrei avere la capacità, o come dire, il potere di afferrare questo disordine ed incanalarlo nella magra e sterilizzante membrana del linguaggio, rendere segno visibile il movimento lunatico della percezione, l’infinito battito delle emozioni. Vorrei rompere questa stasi, distruggere il mio ego: vorrei essere acqua, che risuona infinita sulle superfici terresti, penetra, affonda, si manifesta trasparente.

E invece.

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