cielo nuvoloso
Aveva l’abitudine inspiegabile di scattare foto alle iridi illuminate degli occhi delle persone.
Le ingrandiva, le stampava
le portava con sé
Scriveva sul loro retro frasi, parole
disegnava ghirigori, ali spezzate
Voli di gabbiano, onde del mare;
andava nel punto più alto del promontorio e le lasciava volare
Sospese nello spazio senza tempo che separa la realtà dall’immaginazione
attraverso l’attrito della forza di gravità
chissà dove andranno e cosa vedranno
quelle iridi;
lidi, nidi, si districavano al di là del salto.
Voleva che quegli occhi su carta scorgessero qualcosa che non era possibile a lei
Una immensa nostalgia accompagnava il rito
il ritmo delle giornate, i passi senza meta.
Il vento era il suo unico consigliere
oracolo loquace che sbatte le porte e spettina i capelli.
Sognava aurore infinite
baciate dal gelo indescrivibile del vento del nord,
giorni illuminati dal riverbero luminoso di un sole che non ancora sorge,
[di una notte inesausta della sua persistenza
come il reiterarsi di una speranza]
che non sorgerà mai;
ma il vento non cessa di baciare il collo, né di corteggiare i capelli
in un valzer invisibile di polveri
che ricorda il cerchio delle foglie a terra
che si rincorrono inconsapevoli, ad ottobre,
come le anime che non sanno di appartenersi
Scattava foto alle iridi, vi intravedeva qualcosa di
irripetibile
Conobbe un’anima speciale
Tentò invano e copiosamente di
immortalare quelle iridi imperscrutabili e meste
non riusciva a scorgervi qualcosa di preciso;
Ma un cielo nuvoloso,
simile a emozione vaga
colmo di nebbia, polveri, lontananza;
un abisso di ombre che si intersecavano
reclamando la sua partecipazione
a quella danza di polveri celesti.
Allora l’insonnia,
e sognava ad occhi aperti catastrofi remote, paure ancestrali
agognava una distruzione planetaria, una catarsi spasmodica
Scattò la foto e si immerse in quella coltre fitta di vapore acqueo;
ci galleggiò, trattenne il respiro; poi andò a fondo
perse l’equilibrio, scosse il corpo in contrazioni senza direzione
sentiva che l’ossigeno diventava qualcosa di irreale e nocivo,
oppressa dalle spinte di correnti fredde e remote.
Naufragò in quella coltre fitta di vapore acqueo,
comprese la magia onirica dell’abbandono,
l’accettò
la fece sua come una protesi, un prolungamento del suo sé
quella meravigliosa sensazione di abbandono ed impotenza
Un cielo nuvoloso
una nebulosa distante milioni di anni luce si espandeva e contraeva
annullando il buio cosmico circostante
in una irradiante luce di caos e attrazione.
Una fitta coltre di vapore acqueo;
comprese che in nessun luogo avrebbe potuto abbandonarla,
quella foto,
che null'altro quelle iridi avrebbero dovuto vedere
[quel cielo nuvoloso]
fuorché la perenne prosecuzione delle sue malinconie
Il suo unico sguardo doveva essere rivolto alla sua coscienza
[quella spessa illusione morbosa],
al silenzio inestimabile e puro del ricordo,
alla deriva maestosa del tempo scaduto.
Intravide un vascello, antico e affascinante come la morte
solcare un giorno quella fitta coltre di vapore acqueo;
percepì un rumore provenire dal punto più intimo delle viscere
si innalzarono piogge torrenziali;
l’esplodere inatteso di un sentimento di dipendenza assoluta
dall’abbandonarvisi,
ai tuoni ai fulmini di quella notte senza alba
di quella alba senza redenzione.
Un ultimo respiro pieno a quel trionfo di cobalto
Tempesta.
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