equidistante e contorto
I giorni a seguire faticai terribilmente ed invano nel tentativo di realizzare quello che mi era successo. Non sono mai riuscita a comprendere effettivamente la differenza che intercorre fra immaginazione realtà ed interpretazione. Ore intense di respiri e pioggia sulle spalle e capelli in fuoco e salite e schiena umida: adesso la mia camera emanava solo semplici-presenze disparate di calzini spaiati e libri e briciole e candele finite, sagome di polvere e di pezzi da due centesimi seminascosti aldilà della scrivania sotto le prese della corrente. La mia camera emanava ridicole onde sonore intermittenti e meccaniche provenienti dalla doccia che perdeva ed anche io avevo perso qualcosa ma le gocce che emettevo erano invase da un silenzio ecclesiastico e puro. Non ero sicura di stare vivendo, in quel momento, così mi accontentai di pensare ad un tramonto lontano e al fatto che quando si muore nessuno se ne accorge davvero, oppure si, oppure no, perciò forse ero già morta e questo mi disturbava perché avevo lasciato troppe cose fuori dal frigorifero ed inoltre non avevo camminato abbastanza sulla luna. Guardavo la forma ed il colore bizzarri della mia lampada ed il rispettivo mezzo centimetro di povere riposata su di essa. Mi faceva schifo ma anche io facevo schifo così decisi che se fosse rimasta così si sarebbe creata una atmosfera meno disomogenea. Intorno, un silenzio ingombrante scandito da voci remote e pentole e porte chiudersi e vita implodere: ricordavo meno spazio vuoto, pensai guardandomi intorno. Chiusi gli occhi e vidi il mio vecchio appartamento. Era come l’avevo lasciato, a giudicare dal disordine quotidiano, da una tv accesa forse in cucina e dalle serrande non del tutto abbassate, si poteva dire fosse ancora abitata. Ma non lo era. Ne ero convita, di una convinzione cieca ed irrefutabile. La convinzione totalmente infondata e certa che si ha durante i sogni, quando si vive qualcosa di silenzioso ed eloquente.
Ero nuda e nel tentativo di raccogliere l’asciugamano da doccia che precedentemente avevo intorno al corpo, caddi per terra seduta e avvertii una spiacevole sensazione di polvere ed umido nel perineo. Non c’era dubbio, la casa era disabitata. Sentivo un’angoscia perforarmi il diaframma. Chissà dov’era mia madre. In compenso trovai tutti gli orecchini che avevo perso nel corso della mia vita, erano tutti sotto un mobile che non ricordavo di avere, tutti lì, orecchini senza compagno per i quali avevo inventato nuovi abbinamenti. Una nuvola venne a bussare alla porta, no niente pioggia oggi grazie, le dissi. Rispose che c’era bisogno di acqua torbida per rinnovare l’atmosfera. Non capisco, dissi, e poi tanto qui non ci abita più nessuno. In queste immagini vive la tua infanzia, la tua ansia, mi sussurrò la nuvola, quasi cercando di nascondersi dalla mia coscienza. Lasciai entrare la nuvola e subito dell’acqua grigia si insidiò in tutti gli angoli della casa. Dopo un rapido calcolo decisi di restare immobile tra i flutti di quel liquido freddo e sinistro. Sembrava caffè americano di starbucks quello schifo. Mi ricordai della sensazione di sporcizia e desolazione che emanano i piccioni. Riaprii gli occhi.
Era tutto posato in uno stato di ordine apparente. L’unico modo per esprimerlo sarebbe uno scarabocchio dentro un cerchio. Tutto equidistante e contorto. Una gara di sbadigli fra me e me, mentre cercavo di ricomporre l’accaduto. Non ero sicura circa la data ma credo si trattasse di marzo. Era ancora freddo per mettere la gonna senza collant eppure adoravo sdraiarmi sul pavimento asettico della mia stanza nuda e bagnata dopo la doccia e lasciarmi trafiggere dagli aghi del vento gelido. Poi la pelle assumeva quel colorito cadaverico intessuto di venature che ricordano certi rossori seguenti a frasi ed incontri o semplicemente consapevolezza dei propri aloni di sudore, o anche del balbettio e del prurito intimo che cerchi invisibilmente di alleviare, non riuscendoci, il rossore che si esprime sulle gote morbide mentre la spesa è ancora tutta da mettere in busta e tu sei impacciato e dieci persone manifestano il loro odio contro di te e l’attesa che gli stai procurando attraverso sbuffi, bisbigli, battiti di punte di piedi, inclinazione dei capi di sessanta gradi circa. Un rossore che corrode e la cui conoscenza ciononostante mi fece sdraiare lì su quel pavimento pieno di passi e con la finestra aperta, a fianco al letto di fiabe e sbadigli, e così lo assunsi, quel colorito mortifero e bellissimo, e sentivo la pelle delle gambe stringersi in buccia d’arancia e possibile febbre, mentre un pensiero disegnava sul soffitto ghirigori e sillabe su una duna di alghe.
Passò davanti ai miei occhi un piccolo elefante blu; era molto strano il fatto che saltellasse. Chiesi all’elefante se avesse fame, c’erano così tante alghe che io non avrei mai saputo che farne. Rispose di no, che doveva scappare, che doveva volare lontano verso un tramonto color petrolio e odore di fiammiferi. Gli dissi che avrei voluto tanto andare con lui, in quel posto di petrolio e fiammiferi, ma che adesso il mio posto era quello, e che avevo da fare i conti che delle strane percezioni irreali eppure placide che i più definiscono ricordi.
Annuì dolcemente e la sua proboscide disegnò piccole morbide curve ai lati delle mie tempie. Forse stava cercando di consolarmi o forse voleva dirmi qualcosa con un linguaggio che non avrei mai compreso.
Comunque, più che un ricordo sembrava trattarsi di un presagio, quello che sentivo. Qualcosa di misterioso e semi impercettibile, non ancora presente eppure avvertito, che sta per accadere, che percepisci solo trasversalmente, che forse è solo ansia ma potrebbe essere realtà imminente. Quei giorni passati in violenta voluttà e noia non riuscivano ad integrarsi e convivere con tutto il resto che occupava la mia mente. Forse non erano esistiti. Forse non erano volati. Infondo chi può assicurarci dell’irrefutabile trascorrere del tempo? Non le rughe, le crepe sui muri, le piogge. Non gli stormi, le tegole, la luce. Era reale ciò che credevo di aver vissuto? Allora presi una cucitrice ed iniziai ad attaccarmi alla fronte pezzi di carta e disegni in cui come un sogno lucido ricordavo scene, frasi, ormoni, altro, che ero quasi sicura di aver vissuto. E se non le hai vissute davvero, queste cose? A cosa servirà questo sangue? Mi chiese l’elefante. Non so, risposi io, il fatto che le abbia rappresentate ed attaccate alla mia testa forse le rende più e comunque reali; il sangue si lava e lava.
Adesso è ora che vada, aggiunse, senza fare considerazioni sulla mia risposta.
Buon tramonto, elefantino. Se vedi qualcosa di più chiaro, vieni a portarmelo; si tratta di un ricordo preciso.
Scomparve tra le alghe. Intravedevo la sua coda rada di peluria muoversi sinuosamente tra le foglie che ormai sembravano piuttosto dei tentacoli mostruosi di alga e mi sanguinava la testa per le spille ma non potevo farci niente, se avessi tolto i foglietti avrei disintegrato tutto.
La verità, disse un fuoco, è che aldilà dei tuoi pensieri non vi è null’altro che equivoco. Poi si avvicinò e soffiandomi un bacio sulla guancia trasformò quei fogli in cenere e le mie lacrime in nuvole; un odore di pollo arrosto e terriccio invase quel sogno: piovve così tanto che decisi di svegliarmi per non annegare.
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