.in (a) cube
oggi è una cinerea mattina di novembre: il cielo è annacquato dalla nebbia e dal fumo delle foglie bruciate e delle industrie metallurgiche o di perenni identici mobili di petrolio e occidente. la mattina a novembre mi piace respirare forte sulla spiaggia, talmente forte da sentire le narici bruciare per il freddo e per lo iodio. allora sono a riva. sarebbe meraviglioso vivere nel mare glaciale artico sovrastato dall'aurora boreale; la immagino fosforescente ed incomprensibile sopra di me. la mattina a novembre il tempo è sospeso, irreale. oggi il tempo è irreale. i pensieri e le visioni oniriche si confondono con gli oggetti ed i pavimenti a me intorno, coperti da una sottile membrana di polvere e nonsenso. la vita spesso è novembre, e quella membrana è la mia coscienza.
la mia coscienza si posa su tutto e tutto governa e significa. a volte ho paura della mia coscienza; deragliata, confusa, iperfisica, autopoietica. è mia senza appartenermi. fuori dalla mia facoltà di controllo. quando voglio sottrarmi alla luce che tutte le imperfezioni evidenza - la mia coscienza - chiudo gli occhi ed immagino un vortice buio come la morte. la morte è un'onda che s'infrange sulla riva della presenza e tutto riassorbe nel flusso infinito del dissolvimento. una nebbia pulviscolare così densa da penetrare ogni cellula del corpo, fino a renderlo una flebile ombra, informe massa di atomi slegati, proiezione anonima di un passato che non ricorderai più. mentre il nulla mi avvolge, una mano mi accarezza i capelli con fare paterno e malizioso al contempo: occhi impenetrabili e muti. non ci sono eppure li avverto. non guardarmi, non guardarmi. adesso sono al chiuso e l'aurora boreale è diventata soffitto di cemento scadente. ci sono pareti insonorizzanti, così spesse da far precipitare incessantemente i miei pensieri su me stessa. tentavano la fuga e invece si riverberano violenti su di me, rompendo i timpani della mia coscienza.
i pensieri urlano milioni di decibel. mi trafiggono come frecce infuocate.
percepisco una luce soffusa confondersi con un profumo di spezie e agrumi. sono nuda e il pavimento è pieno di scarpe. le indosso tutte, frettolosamente. chissà dove mi porteranno, queste scarpe. eppure nessuna mi calza. troppo larghe, troppo strette. so che il cammino è lungo e pieno di salite fangose, so che non potrò farcela senza scarpe. mi taglio le gambe, forse diventerò sirena. no non diventerò sirena, allora resto scalza. voglio scappare, la notte si avvicina, forse perderò un treno. la finestra è semi aperta e fuori piove. l'umidità si riverbera su tutto quello che esiste aldilà della finestra. le cose assumono il colore e le sagome dei quadri impressionisti e io mi sento poco bene. esco dalla porta e c'è un corridoio illuminato da neon intermittenti e sibilanti, il pavimento pieno di fogli scarabocchiati.
sono le mie angosce e anche i miei capelli sono inestricabili come quei graffiti di mano nevrotica e non so come ma adesso ricoprono il mio corpo avvolgendolo e soffocandolo come una preda d'aracnide. sono nuda, fa molto freddo. una mano mi accarezza la colonna vertebrale: uno per volta, raccogline uno per volta. dice una voce. non toccarmi, ti prego. non ci sono mani, è solo il vento da est. chiudi la finestra, c'è corrente. i fogli voleranno. non toccarmi, ti prego. devo raccoglierli prima che arrivi lui e li legga tutti. legga gli scarabocchi. non sopporterei che qualcuno pettini i miei capelli. scarabocchi capelli. non toccarmi!
non posso chinarmi, mi sento a disagio ed osservata da occhi inesistenti. non c'è nessuno intorno eppure qualcuno mi spia. forse dalle serrature delle porte chiuse.
paradossale chiudersi e volersi comunicare. perché mi spiano? perché si spia? guardare l'altro nascondendosi per vedersi vivere attraverso esso.
forse ci sono telecamere.
adesso le luci si spengono per sempre, il buio si insidia in tutti i centimetri di ciò che mi circonda. anche io mi sento buio, ombra, depresenza.
vorrei piangere ma il panico è talmente forte da avermi irrigidito i muscoli facciali e il respiro a tratti si blocca. ma finché avverto paura non sarò ombra. finché mi illudo di avermi ci sono. lontano, più lontano
Luce, infondo. una luce da una serratura. mi cadono i capelli dalle mani e non sento le braccia. un faro mi acceca. vetri rotti ai miei piedi, li vedo graffiarmi ma non percepisco dolore.
un cubo, un cubo di specchi: ecco Tutto apparire illuminato ed eterno, evidente, gratuito, presente. ingombrante, ossessivo.
ripetuto infinite volte come un mantra. dove siamo? non resisto più, urlo. sento le arterie del collo gonfiarsi per lo sforzo. eppure non c'è voce. urla mute, o io sorda. è uguale. incomunicabilità. si ci sono,
ci sono.
[sonnambulismo]
cado in un letto di crisantemi.
ho male alle tempie. massaggiami, narciso.
sono estraniato. non sento più il mio corpo ma solo un filo di emozioni coperto di membrana eterea che ricorda la mia coscienza ma senza rappresentarla. la intuisco appena, chissà di che si tratta.
Ti ho estraniata: no, tu non ci sei. sei nella mia mano, nei polpastrelli, caldi ed insostanziali come il vapore. accarezzo. mi accarezzi accarezzandoti
per sempre.
legame che trascende l'ordine del pensabile: non esiste
non ci sono sentimenti [mentire, sentendo]
cauto riposo, eccoti di nuovo
tutto torna; i miei occhi, queste dita
Il calore di questa luce non si arresta
Lampo.
silenzioassoluto
l'alba
[rem]
sul prato, sto male
[vicino ai generatori del male]
Sono scalza su un prato pieno di vespe
Il freddo non le uccide.
vorrei non aver mai scoperto l'illusorietà delle cose che succedono
non ci pensare; mentre vagheggio
il mio corpo evolve in burrasca di sensazioni
passanti che il sole illumina
senza lasciar trapelare
[Lontananza]
i rumori in lontananza dei
generatori elettrici simulano il
tuonare meccanico e
patetico [pathòs] del mare
chissà se è novembre.
Chissà se sto male
Chissà se sto al mare
Finalmente, l'alba.

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