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L'ennesima calza a rete bucata. Scrupoli assenti, le mise e vestendosi del suo

Pubblicato su da Sara Costantini

L'ennesima calza a rete bucata.
Scrupoli assenti, le mise e vestendosi del suo orgoglio prese la prima borsa e uscì.
I soliti venti minuti di ritardo quella volta le costarono caro: raggiungere gli altri a piedi.
Amava e odiava il cammino nella solitudine, sarebbero stati dieci minuti di elocubrazioni mentali.

Cinque gradi.
Sorseggiò un amaro senza ghiaccio al primo bar sotto casa e con espressione compiaciuta si beava del suo riflesso nello specchio dietro al barman. Si incamminò forte della sua disinvoltura nonostante gli occhi di tutti.
Non era una metropoli.
J. sapeva che quella sera sarebbe finita tra le braccia di qualcuno, anche se in realtà erano gli altri a cadere nella sua tela artificiosamente cucita. L'importante era tornare per il pranzo del giorno dopo.
Quando pensava al sesso probabile del venerdì sera immaginava sempre già il trucco sbavato che avrebbe lasciato sul cuscino, erano sei anni che comprava quel cazzo di stesso mascara, non aveva voglia nemmeno di sceglierne un altro.
Mentre pensava al Nulla una lieve una nebbia intrisa di salsedine scendeva dal cielo gelido di febbraio.
Pensava all'amore della sua vita che non avrebbe mai più incontrato.
Ora conosceva solo letti, sedili posteriori, bagni pubblici.
Ogni volta che consumava un rapporto aspettava con ansia che il senso di colpa la pervadesse; i migliori orgasmi sono quelli mentali e li raggiungeva solo quando la travolgevano forti emozioni masochiste.
Quando le succedevano cose particolari non aspettava altro che tornare nel suo Hortus Conclusus a crogiolarsi nell’ infinità di pensieri dolci e mortali che ne scaturivano.

Il suo aspetto fisico certamente non prometteva grande intellettualismo. Eppure lei scriveva poesie dolcissime. E studiava giorno e notte. Non i libri universitari consumati dalla polvere che gli altri mortali coetanei imparavano a memoria.
Studiava i respiri, gli sguardi, le mani.

Sensibilità di pochi, ma i suoi facili costumi le compromisero molti rapporti sociali.
E di questo le importava davvero poco, misantropa. Odiava gli esseri umani perché ciò che ha dentro, il moltiplicare le recezione sensibile e filtrarla attraverso il labirinto del suo ego, gli altri non la capivano.
Loro riuscivano solo a vivere pillole di carnalità. Non che non le piacesse la carnalità, ma.

Intanto accendeva una sigaretta, l’ennesimo tradimento alla promessa di smettere.
Qualcuno si accostava con la macchina; era Kobe, ne riconosceva l'odore in quel modo acre della benzina.

I due erano legati da un indissolubile equilibrio alchemico tanto saldo da rimanere immune ad ogni impulso sessuale. L'uno si conosceva nell'altro e per l'altro viveva.
Ma non ne erano abbastanza consapevoli. Erano complementari e questo li rendeva forti. Kobe sapeva tutto di lei ed era l'unico. Sapeva i suoi orari fisiologici, le sue peripezie mentali, le sue pecche, i suoi adulteri, sapeva delle lettere che J. scriveva alla figlia che magari un giorno avrebbe avuto con Nonimportachi.

Lei era così; confidava in un inesistente futuro, mentre si nutriva di ricordi e cercava di consumare il presente in onnivori vortici mentali e nel modo più trasgressivo possibile, in modo che sarebbe passato più velocemente e avrebbe lasciato spazio a quel futuro...Una lucida follia.

E si perdeva nell’anima di lui, esteta, proliferante intermittenti messaggi esoterici in un gioco di gesti che solo loro due comprendevano. Avevano molto da darsi e divoravano incessantemente le reciproche linfe intellettive. Vivevano insieme come in un’opera teatrale, ogni frase detta occupava per sempre un passo del libro che scrivevano nel solo gesto di viverlo, ma anche quelle non dette e semplicemente recepite telepaticamente. Si leggevano nel pensiero.
Ma non come semplici intuizioni, piuttosto una sorta di corrispondenze.
Ogni volta che si incontravano lasciavano che la mente si abbandonasse ai ricordi ed era assurdo.
Quando parlavano sentivano una musica in sottofondo.
La loro storia era particolare perché lei inizialmente lo odiava, provava repulsione verso di lui che invece moriva d’amore per lei. Poi per qualche forza ignota i due iniziarono a comprendersi e nacque un rapporto meraviglioso, spesso non verbale, sempre con parole ambigue che si divertivano a decifrare, sguardi interpretabili solo dai medesimi.
E poi si amavano
Ma non era amore e non era amicizia e non era nulla di categorizzabile in qualsiasi rapporto sociale, perché era unico e nessuno mai avrebbe capito il vero senso.

Però a lei piaceva provocarlo, come faceva con tutti del resto, anche se con lui il modo era diverso, raffinato, come la donna stilnovistica affascinava il prescelto trecentista.
Un gioco di poesia e psiche.
Era la sua geisha, quando voleva.
La sua musa, quando lui scriveva.
La sua speranza, quando nessun altro comprendeva.

Rimasero a parlare tutta la notte, mandando a puttane i programmi che avevano, come ogni volta che si incontravano fortuitamente.
Parlarono delle solite paranoie che si divertivano a definire “adolescenziali”, ma che in realtà accompagnano durante tutta la vita.

Erano in partenza per un viaggio.
Lui si trasferiva lontano per lavoro, brillante economista che avrebbe voluto fare tutt’altro dalla vita, ma si compiaceva del fatto che fosse eccellente letterato e studioso anche senza titoli accademici, ma per il semplice gusto personale.
Lei meditava la fuga da quel luogo da tempo, si sentiva stretta e soffocare in quel groviglio di situazioni abitudinarie, non reggeva più niente della sua vita, a casa né con la sua compagnia.
I pettegolezzi, gli scherni, i pregiudizi dei mortali.
La malattia mentale della madre, l’incomunicabilità tra i membri della famiglia.
Il degrado in cui riversava quella casa.
Gli studi incompleti.
Aveva bisogno di una svolta sostanziale sapeva che per crescere era necessario staccarsi da Kobe, anche se questa sarebbe stata la rinuncia più grande di tutte e l’avrebbe logorata.


“Quella sera..”
“La ricordo Kobe.”
“Ma non ho neanche specificato qua..”
“La ricordo. Kobe non dimenticherò mai nemmeno un secondo che abbiamo passato insieme. Sei la persona più importante della mia vita.”
La baciò.
Succedeva spesso, quando uno dei due raggiungeva l’apoteosi verbale l’altro lo baciava.
Lei aveva perso la testa per uno che Kobe odiava. Non sopportava il fatto che qualcuno potesse prendersi gioco di lei. Il fatto che fosse “mondana” non giustificava la mortificazione sentimentale, anche perché era evidente che lei fosse innamorata di lui, nonostante tutte le apparenze.
Era inconcepibile che qualcuno degradasse l’ego di J.
Era già fin troppo fragile.
Era stata con molti uomini, ma lo faceva solo perché si faceva schifo e provava un perverso piacere nel ricordarselo ogni giorno.

“Come fai a mantenere la lucidità e non scoppiare quando lo vedi lì che..”
“Sono talmente masochista da godere quando ho davanti agli occhi spettacoli raccapriccianti per la mia anima. Averlo a un metro da me con in braccio l’ennesima ammaliata dalla sua persona meravigliosa e terribile, mentre si sfiorano le mani e lui le palpa il culo, mi riempie la schiena di brividi di adrenalina. È una mania perversa e autodistruttiva, ma mi inebria il pensiero di stare per ore dopo nell’atarassia. Anche io sono stata una sgualdrina illusa, ma non ne voglio fare una colpa a lui.”
“Hai rotto il cazzo J. Non ce la faccio più a vederti così.”
“Vaffanculo pensa ai tuoi euri sporco capitalista”

Scherzavano.

Poi improvvisamente lacrime le scendevano sulle guance ma non aveva alcuna espressione. Niente singhiozzi.

Poi si ricordarono che quella era la sua ultima sera lì allora iniziarono i singhiozzi.
Avevano deciso di salutarsi in modo informale, fumando la solita decina di sigarette, sorseggiando una tequila, lui che le faceva ascoltare l’ultima canzone composta, lei che si inteneriva nel vederlo simulare un concerto hard rock.

Ma non avvenne nulla ti tutto questo





Era quasi alba e decisero di stendersi sulla sabbia congelata dalla brezza marina.
L’odore del mare era penetrante e bacchico e ispirava progressivamente in loro meditazione.
Il vento esagitava l’acqua rumorosa e le onde si alternavano in movimenti armonici nella loro violenza.
All’orizzonte, dove il mare si confondeva con il cielo ancora pennellato di cobalto all’estremità e vestito di stelle, una cerniera incandescente suggeriva al cielo di rivestirsi e coprire le sue nudità cosmiche.

Sentivano i battiti del cuore moltiplicarsi in pulsioni ormonali. Era un problema?
Si.
Ma non gli diedero troppa importanza.
Sentivano la chimica, immanente e ovunque.
Il calore dei loro respiri sprigionava gemiti di ansia; sostenere i propri sguardi era diventato praticamente impossibile, allora coraggiosamente lui le strappò un bacio più spinto. Lei lo respinse. Non doveva assolutamente accadere.
Cercava di narcotizzare quanto più poteva la sua repentina e violentissima voglia di farsi penetrare da lui.
Lo desiderava.
Erano sovreccitati alla sola idea di sentirsi l’uno dentro l’altro, aldilà della sessualità e dell’erotismo sempre più incalzanti, volevano unirsi corporalmente come per celebrare la massima unione spirituale che avevano da tempo, con uno sposalizio dionisiaco e apollineo insieme. E platonico.
Erano nella precisa distanza che separa i membri in modo talmente effimero, che lei sentiva sulla coscia l’indurirsi di lui.
Allora non ce la fecero più.

Dopo anni di conoscenza i due fecero l’amore per la prima volta. Fecero l’amore, celebrarono l’amore che non era amore, era un tutto omogeneo di sensismo e intellettualismo. Movimenti cadenzati da una ritmica sottintesa, ogni parte del corpo sfiorava o toccava ogni parte dell’altro. Dalle mani, intrecciate disordinatamente tra i capelli, ai volti ricoperti dal bollore dei respiri affannati, ai corpi armoniosi nei movimenti, morbidi e perfetti esteticamente, alle gambe mischiate alla sabbia e agli umori fuoriuscenti.

Orgasmi.

Per la prima volta, in tanti anni di sesso senza sentimenti, lei non provava vergogna né schifo per se stessa.
Allora lo odiava un po’, perché in questo modo non avrebbe adempito al giornaliero obbligo di autofustigarsi. La piacevolezza di quell’esperienza però non le faceva provare nulla di tutto questo. Era in estasi.

Tre minuti dopo era in atarassia.
Perché l’avevano fatto? Piangevano.

Cinque minuti dopo ridevano come bambini.

Nessuno dei due si aspettava qualcosa di concreto dall’altro, né voleva intraprendere una relazione stabile o cose del genere. Ma sentivano che quell’atto li avrebbe portati alla dipendenza fisica dell’altro. Eppure entrambi sapevano che lei non avrebbe abbandonato le cattive abitudini.
Però era stata un’esperienza meravigliosa, nonostante la confusione mentale che li offuscava momentaneamente.
Senza parlare si strinsero le mani e si abbandonarono ad un pianto liberatore.
Poi, quando il sole era già acceso e tondo nel basso cielo, decisero di tornare a casa. Si salutarono con un bacio che trasudava pathos.

Nessuno sapeva che quella sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti.

Quando la sera dopo J. incontrò gli altri la sera decise di non dire una parola. Si avvicinò Lee,
"Stasera rave?"
"Andiamo"
"Chi ti scoperai stasera?"
"Chi capita."

Anima svuotata dai sentimenti e ridotta a schiava della carnalità.
Alla serata c'erano tutti: compagni dell'adolescenza, qualche ex, qualche ragazza con cui aveva sperimentato l'omosessualità. C'era persino tequila, eccezionale per un rave party dove il massimo del lusso alcolico era una vodka secca da più di 5 euro.
Iniziavano ad alzarsi musica e adrenalina.
"Tazza?"
"Negroni”
"Jan non cambi mai"
“Voglio che nella mia vita rimangano cose stabili a parte la morte, sono il sesso e l'alcool. Prendi anche quella bottiglia di vodka tu che hai la borsa grande."

Bevve d’un fiato il rosso alcolico, impugnava la bottiglia ghiacciata come un trofeo, il trofeo della perdizione e brindava alla sua frustrazione, mentre il suo volto si faceva sempre più sconvolto dall'ubriachezza.
La pressione diminuiva e l'aria si rarefaceva. Sentiva una gravezza che le si posava addosso e avrebbe voluto buttarsi per terra e percepire l’impercettibile in un’estasi panica.

Crollò.

Svenuta su un mare di polvere.
Immaginava di essere in una di quelle scene in cui il protagonista è assorto in qualsiasi paranoia e si sente una musica strappalacrime mentre lo spettatore inizia a immedesimarsi in quello e si innesca un meccanismo di autoanalisi.
D'altronde è normale per un animo estetizzato e decadente come il suo confondere la vita con un’opera d’arte; ma non una qualsiasi. La sua era un’intricata e irrisolvibile tragedia in cui trionfavano sadomasochismo e pentimento.

Quando sei nell’imperturbabilità fisica e psicologica ti illudi di non vivere e nell’illusione anche il semplice respiro è trasgressivo.

La vita era troppo bella in quel momento allora.


Morì.






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