a me non dispiace essere guardato
a me non dispiace essere guardato.
in genere nei film o nei racconti i protagonisti o anche gli altri personaggi e le comparse, sembrano sempre infastidirsi quando si sentono osservati. io credo sia invece del tutto normale, se non prezioso. io credo che sia un modo per conoscere il mondo. per interrogare la realtà e immaginare scenari e vite, per raccontarsi storie. magari mentre sei in giro, e non riesci a concentrarti perché hai l’ansia, oppure mentre sei su un mezzo. mi spiego meglio. personalmente, amo guardare le persone. le trovo interessanti, da catalogare, quasi con la maniacale ottemperanza dei bestiari medievali. trovo gli esseri umani una fonte inesauribile di ispirazione, di colori, anime, mondi, vissuti, delusioni, immaginari. così, specie quando vivo momenti un po’ critici o noiosi o semplicemente vuoti, guardo attentamente le persone, per cercare di creare delle schede esistenziali transitorie sulle loro vite, i loro gusti, i loro trascorsi.
non sono un maniaco.
non mi eccito sessualmente durante questa pratica. io trovo semplicemente interessante l’essere umano. lo dico perché in questo momento sono in fila al supermarket con una scatola di caramelle frizzanti alla cola in mano e una tennents, e una giovane donna, una ragazzina direi, mi sta guardando, mi sta letteralmente fissando, e la madre l’ha ripresa dicendole di smetterla per buona educazione. che grande stronzata l’educazione, specie quella definita buona. che vuol dire?
la fila non scorre, c’è qualcuno alla cassa che ha dimenticato il pin del bancomat e lo sta palesemente cercando nella rubrica del cellulare, salvato probabilmente con qualche nome precedentemente ritenuto abbastanza sicuro e dissimulatorio. tipo “Numero Mio P.” o “Banco Matt” o “PaPAYa” non lo so, ma fatto sta che ora non se lo ricorda ed è in crisi. io mi snervo. decido di lasciare a caso sul primo scaffale lì a fianco la tennents e le caramelle. che strano vedere vicini una tennents, delle haribo e dei preservativi alla menta.
saluto la giovane donna o ragazzina, percepisco le sue labbra adolescenziali e forse fameliche sogghignare al di là della mascherina. sorrido anche io. esco dal market. mancano ancora dieci minuti alla seduta psichiatrica. decido di non fare niente a parte dirigermi lì. la strada è piena di persone che vanno di fretta e sono chiuse in se stesse. una donna mi urta la spalla e mi spavento moltissimo, mentre alza il volume del suo smartphone che stava riproducendo love is a losing game di Amy Winehouse. mi sembra di essere nell’intro di un videoclip musicale anni ’90, quando ancora la canzone vera e propria non parte ma c’è una specie di prodromo della storia. penso questa cosa a dir poco megalomane, mentre attraversando la strada vedo una donna con la figlia per mano attraversare nell’opposto senso di marcia, e la bambina saltare da una striscia all’altra cercando di non calpestare le parti di asfalto nere.
la dottoressa è sempre marcatamente disinteressata, non so come fa ma emana professionalità nonostante la totale assenza di decoro fisico e comportamentale.
mi chiede come è andato il viaggio, come sono stati i giorni trascorsi a casa dei miei. le dico che come sempre ci sono stati diversi momenti in cui avrei preferito avere un figlio da allattare o un animale da portare in giro a urinare, piuttosto che dover continuare a stare lì ad ascoltarli, ma che tutto sommato ero ok. no, non ho eliminato del tutto l’alcool, le rispondo quando mi chiede se sto avendo interazioni farmaci e altre sostanze. ma ho smesso con l’eroina da mesi, e non mi manca. ed è vero. e lei lo sa. che senso avrebbe mentire ad una persona che paghi (molto) perché riesca a tirarti fuori la verità?
mi dice di continuare a stare lontano dall’eroina e possibilmente da tutto il resto. le dico che è difficile specialmente in germania, dove vivo da sei anni, anche se ogni tanto torno nell’alveare per sentirmi ancora un poco lontano dallo scorrere inesorabile degli anni e l’avvicinarsi della fine di tutti i nostri giorni. la mia dottoressa è contenta che in ogni caso stia continuando a sentirla e visitarla, quando capito da qui. aggiunge che la cura posso continuare a farla, che a volte è normale sentirsi comunque sull’orlo scivoloso e buio di un baratro, anche se non lo dice con queste parole, e che devo cavalcare l’onda di positività e aprirmi alla vita.
e non hai ancora pensato ad una nuova storia? sei un giovane uomo interessante e bello.
dottoressa, in questa mia vita è già troppo se sono in uno; figuriamoci in due.
lei ride.
poi prova a farmi di nuovo domande sulla mia brutta cosa, prendendola da lontano.
hai avuto più voglia di continuare a dipingere, Toni...? sai che stava iniziando a diventare un modo per esplorare quell’avvenimento...
la mia brutta cosa è una cosa davvero molto brutta.
ogni millimetro del mio corpo conserva perfettamente il ricordo percettivo e psicologico di quel momento. non c’è volta in cui una persona mi sfiora, anche per sbaglio, e non mi assale il terrore atavico provato in quelle ore di tortura vissute molti anni prima.
no, io non riesco a parlare più della mia brutta cosa, dottoressa.
senza fretta, Toni, senza fretta.
l’ora, anzi, i cinquanta minuti che la dottoressa mi dedica periodicamente e sotto retribuzione trascorrono velocemente, senza nuovi particolari incombenze. non parliamo della cosa brutta né di lei. parliamo invece del mio corso, dei miei studenti, dell’avanzamento della mia carriera nonostante la tossico dipendenza. mi dice che sono una persona profonda.
ma penso che di profonda ci sia solo la totale impotenza che si ha nei confronti del passato.
è agghiacciante.
la dottoressa guarda l’orologio più volte, e capisco che non ha più tempo per me. un po’ mi solleva. un po’ di rattrista. è come una prostituta che mi dedica il suo tempo ma non mi amerà mai. cerca di entrarmi nella mente per farne un uso asettico.
ma comunque meglio così, perché sono già troppo in uno.
apre la porta per farmi strada, sento dei rumori provenire dalla sala d’aspetto (che poi è la sala di casa sua. che strano deve essere abitare in un luogo in cui passano decine e decine di persone colme di ansie e aspettative, con le tasche piene di attese e traumi, che hanno modo di trascorrere lì del tempo prezioso, in attesa di essere smembrate interiormente, stordite fisiologicamente, e in quell’attesa hanno modo di esplorare e in un certo senso vivere quello spazio, che non è l’asettico antro di uno studio domestico, ma un salotto di casa! questa idea mi inasprisce le meningi: immaginare delle vite reali dimenarsi nel soggiorno di casa è un pensiero ancora peggiore di quello in cui per casa ci sarebbero degli spettri).
esco e sorrido vacuamente come si sorride alla persona che sta al casello autostradale.
ma ciò che vedo è incredibile e disarmante.
una donna.
una donna che non so descrivere se non banalmente.
capelli intralciati tra la sciarpa e la tracolla della borsa, occhiali sottili, un maglione davvero molto largo. la mascherina, sgualcita e tenuta sovversivamente in mano, permette di vederne senza indugi il volto morbido e cosparso di una strana magia.
certo, ha indubbiamente l’aria di essere su di giri. forse è imbarazzata perché c’è una persona prima di lei. forse è tossico dipendente, come me. forse mi sta giudicando.
comunque penso che, almeno in parte, mi abbia capito e condivida un disagio con me, molto silenziosamente.
la donna è visibilmente agitata, e sembra che la giacca che tiene in mano le stia leggermente cedendo sotto la preso di una mano tremolante. i suoi occhi sono la cosa meno razionale che io abbia mai visto, e vorrei fissarli in eterno. i nostri sguardi non smettono di rincorrersi e mi sento per la prima volta stupido per il fatto di star fissando qualcuno. perché non la sto fissando per studiarla.
la sto fissando perché ne sono stregato.
uno strano ago mi preme in un luogo indefinito collocabile tra lo sterno e il cuore.
è assurdo, ma decido di rivederla appena uscirà dalla sua seduta.
i suoi occhi non mi hanno mentito: io voglio stare con lei. e anche lei lo vuole.
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