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È l’ultima seduta, ma sono in piedi

Pubblicato su da Sara Costantini

È l’ultima seduta, ma sono in piedi.
Più lapidaria, L’ultima seduta, e io sto in piedi.
Sì, esordirò con questa frase appena lei aprirà la porta.

Il pavimento mi sembra davvero molto lucido, più delle altre volte. Non so come sia possibile, ma i ricchi riescono sempre a trovare nuovi modi e ulteriori soluzioni per rendere ciò che hanno ancora più perfetto. Avere un pavimento così terso non serve a nulla, ma devo dire che fa la sua scena. Un po’ come una laurea in storia dell’arte.

Com’era frase che avevo pensato…? È l’ultima seduta, eppure sto in piedi.
Riderà con quella faccia da vecchia stordita, la dottoressa.

 

Potrei approfittare di questi circa tre minuti che mi separano dall’inizio della mia ultima seduta – anche se sto in piedi – scoprendo finalmente la qualità dei libri di narrativa presenti nella libreria della sala d’aspetto, che poi è la sala di casa sua. Che casa stupenda… E pensare che l’ha arredata con i proventi delle nostre fobie, dei nostri traumi e terrori più nascosti o evidenti.

Comunque non sono sicura che tre minuti bastino, perché la stanza è molto grande, e la lucidità del pavimento mi fa prefigurare che potrei scivolarci sopra.
Inoltre lì, come sempre, è in agguato quell’enorme felino enigmatico e sensuale, sì ho detto sensuale ma non sono certo gattofila o zoofila, per carità. È già un miracolo se riesco ancora a trarre un seppur minimo godimento sessuale provocato da un altrui corpo umano, quindi figuriamoci un animale.

Comunque, dicevo, quel felino felliniano, accoccolato sul pianoforte, ha sempre una presenza carezzevole e agghiacciante, e nasconde lo sguardo per non farsi notare, come se temesse che guardarlo negli occhi potesse svelare i torbidi segreti che gli sommuovono l’animo.

E se la dottoressa avesse qualche strano potere aggiuntivo alla psichiatria e riuscisse a comunicare con gli animali e quindi quel gatto è la sua spia, messa apposta lì per fare una sorta di screening/esperimento sociale per i suoi pazienti, per osservare quei disagi tanto descritti durante le sedute (ma sappiamo che la verbalizzazione ha questo enorme limite del distorcere e imporre un fraintendimento o un nascondimento, qualsiasi cosa venga detta) e vedere dal vivo cosa i suoi pazienti sono impazientemente capaci di fare, lontano dai suoi occhi e dal suo taccuino regalatole da qualche informatore medico..?

Per tornare al gatto e alle mie bizzarre insinuazioni sulla sua presunta volontà di controllare i propri pensieri e nasconderli, forse mi è venuto in mente perché ricordo un periodo della mia vita passata in cui lo pensavo anche io. Dico vita passata non perché creda nella benché minima possibilità (orrore) che ci siano vite prima della vita attuale, ma nel senso che ogni vita è attraversata da gioie, dolori, musica di merda e vestiti che col senno di poi vorresti bruciare, che segnano fasi. Però non nel senso che uno vive un periodo emo o un periodo vegano, no no, dico una fase proprio ontologica dell’esistenza, al termine della quale non si è più sostanzialmente la stessa persona.
Non voglio adesso approfondire tutto questo, non ne ho più voglia, in un tempo appena dopo la mia vita precedente lo trovavo curativo. Ora lo trovo superfluo e melenso.

Comunque dicevo, nella mia vita precedente pensavo che le persone potessero leggere la mente, in qualche assurdo modo. 
In fondo chi ci dice che non sia così? Le persone mentono e omettono continuamente; nulla vieta che qualcuno ci abbia letto nell’anima guardandoci negli occhi. No ok che cazzata che è questa.

 

Oddio com’era aspetta, Oggi è la nostra ultima seduta ma siamo entrambe in piedi!

Prendo coraggio e attraverso l’enorme distesa di granito che si estende al di sotto dei miei piedi in Dr Martens sfondate e raggiungo la libreria vicina alla finestra. Mi sento forte anzi mi sento debole perché ho ceduto alla curiosità, ho ceduto, ho peccato di ubris, anzi mi sento che non me ne frega un cazzo, oh sì mi sento punk.
Il gatto mi guarda in un modo così ambiguo che a momenti penso che stia per prendere le sembianze umane e mi sculacci. Ok non si trasforma, ok nessuno per oggi mi sculaccerà.

La libreria è ormai ad un passo, percepisco già la silente inquietudine dei pesciolini d’argento che a loro volta percepiscono già la mia inquietata presenza. Che creature immonde i pesciolini d’argento, e che vita infame, mangiare i libri. E poi dicono che la cultura non sfama… Che simpatica, questa la scrivo su Facebook.

La libreria è esattamente a cinque centimetri da me.

Merda, merda, merda. La dottoressa signora non ha un granché, quasi peggio degli scaffali della Giunti, che Dio ce ne liberi e scampi. E io che immaginavo impolverate edizioni Adelphi di tempi andati, letteratura francese e russa mescolarsi in centimetri di cellulosa e impronte digitali sfocate dagli anni, saliva agli angoli delle pagine, pomeriggi di venti anni prima trascorsi su un mezzo di trasporto mentre si smaltiva una sbronza e ci si innamorava di un passante.

Ad un tratto l’evasione immaginativa si arresta e sento qualcosa, un paio di cose, un colpo di tosse, una risata insincera, una frase di circostanza. La dottoressa signora sta per palesarsi. Il gatto si sposta dalla sedia al divano come una situazione di merda che passa dalla padella alla brace.
Il pomello si piega, il mio respiro si blocca.

Esce un ragazzo.

È bello.
Profuma.
Mi guarda.
È molto bello, ha la carnagione molto pallida e dei ricci scombinati che mi ricordano l’intimità calda e accogliente del disordine di camera mia. Credo mi stia sorridendo ma è troppo in imbarazzo per sorreggere il mio sguardo che, conoscendomi, immagino essere famelico e curioso.
Ha negli occhi la bieca commozione mista ad imbarazzo e sarcasmo che invade l’animo di chiunque sia in terapia farmacologica con antidepressivi.
Amico siamo sulla stessa barca, non ti preoccupare, gli rispondo senza parlare con le mie iridi incandescenti.

“Arrivederci Dottoressa…”
“Mi raccomando Toni, mi raccomando”
Toni, quindi si chiamerà tipo Antonio, oppure?

“Prego!” Mi dice adesso la dottoressa, facendomi cenno di entrare.

Toni ha tra le mani una sciarpa verde scuro che con esitazione posa sul collo, un collo sottile e imbevuto di acqua di colonia agrumata. Non mi importa di sembrare inopportuna e continuo a seguirlo con lo sguardo, perché penso di essermi innamorata di lui in questi pochi secondi pieni di disagio e sovrappensiero. E anche lui fa qualcosa di simile perché si gira mentre si dirige verso il portone. Poi come risvegliato da un momentaneo coma, devia verso il salone e si dirige verso il gatto malefico.
“Ci vediamo tra qualche mese tu e io!” dice alla spia felliniana.
Poi trascorre i tre secondi che lo separano dal portone a guardarmi negli occhi.
Mi sento mancare.
Come ti chiami dove vai vediamoci subito appena esco da questo luogo del cazzo.

“Buona serata…” poi restano solo il suo ricordo e il rumore dell’ascensore che si apre.

Lei sembra aver capito tutto e mi sorride come sorridi a un bambino che non ha capito la tabellina del tre perché ha un disturbo dell’apprendimento.
Prendo la parola.
“Dottoressa, è l’ultima seduta e…”
“Eh! E non vorrà mica stare ancora qui, in piedi?!”
Quindi non solo il gatto parla ed è una spia, ma legge davvero nel pensiero.
Lei ride, io entro, insieme a una decina di frasi fatte ma dimenticate, che avevo preparato per congedarmi da questo percorso che, detto fra noi, mi ha salvato la vita.

La dottoressa finisce di ridere alla sua-mia battuta e mi lascia entrare nel suo studio poco accogliente ma con un fascino metropolitano, perché la stanza ha una assurda forma triangolare e all’angolo c’è un’enorme finestra che volge verso la strada e i palazzi intorno.
Quante volte faccio quella strada avanti e indietro per completare il gramo ma gratificante obiettivo di seimila passi al giorno. Quante volte non so di essere osservata da qualcuno che come me, dalla non remota possenza dei palazzi circostanti, guarda i passanti e si chiede chi siano, dove stiano andando, da chi andranno quando stanno così male da volersi suicidare.

La dottoressa signora mi fa i complimenti e mi dice che sarà sempre disponibile.
Mi dice che posso continuare a contare sugli ansiolitici se non mi sento del tutto sicura nell’andare in un posto o fare una cosa.
Mi dice che non sono più la persona che ero qualche mese fa, perciò di ricordarmi dei progressi, quando avrò il prossimo momento difficile.
“Perché ne avrà, lo sa” mi dice.
“Lo so”, rispondo, mentre accetto la sigaretta che mi porge.
“Faccio sempre fumare una sigaretta ai miei pazienti, durante la loro ultima seduta, verso la fine. Sa perché?”
“Perché nel tempo libero per arrotondare fa la pneumologa?”
“Lei è davvero esilarante, davvero”, mi risponde mentre si accende una sigaretta e mi passa l’accendino. “Al termine di un percorso fumo una sigaretta con i miei pazienti perché è come se fosse dopo uno splendido amplesso sessuale” dice, mentre ad ogni sillaba piccole nuvole tumorali le escono insieme alla voce. “Un amplesso sessuale lungo mesi o anni”.
L’idea di un rapporto sessuale più lungo di tredici minuti mi provoca sconforto e repulsione.
L’immagine di un rapporto sessuale con la signora dottoressa mi fa sentire come quando alle medie ti senti sporca e in colpa perché hai le mestruazioni.
Oltre a queste due cose non so che pensare, quindi non dico nulla.
Lei invece è interessata all’esplicazione, a quanto pare.

“Sa, la sigaretta dopo il sesso, è un rituale che sancisce definitivamente l’accaduto e ne assoda l’esito. Non so se mi capisce”
Ma che cazzo vuol dire, “Più o meno…” rispondo.
“Noi in questi mesi abbiamo consumato un rapporto oltremodo intimo, molto più intimo del sesso orale o qualsiasi altra pratica sessuale”.
Il sesso orale non è intimo, secondo me. Dovrebbero smetterla di sacralizzare il sesso, davvero, è solo ciccia… Siamo corpi fatti da cellule e membrane, non c’è nulla di sacro è solo disgustoso.
“Lei si è messa nuda davanti a sé e ha esplorato il suo Ego in ogni sua sfaccettatura, dalle più tenere a quelle più torbide e che riteneva pericolose… E lo ha fatto con me. E per me, è stato motivo di crescita, oltre che orgoglio, vederla stare meglio”.
Questa sta più fuori di me. Però ha senso, lo ammetto. In un volo molto pindarico.
“Per cui questa è la nostra sigaretta di addio, ma ovviamente è un arrivederci, eventualmente! Non sono mica una che seduce e abbandona!” Spegne la sigaretta freneticamente mentre emette una risata fragorosa, per non dire inopportuna, e si passa le mani fra i capelli crespi.

Io sento di avere il viso teso e non è per l’acido ialuronico. Nemmeno per la bava di lumaca. Faccio una smorfia di risata che però non è del tutto sincera, ma va bene così.

Prendo le mie cose, do uno sguardo vorace allo spazio intorno, per carpirne più dettagli possibili, con in testa l’idea che questa sia l’ultima volta che vedo questo posto.
Il gatto mi guarda ma non dice nulla, stavolta nemmeno con lo sguardo.
I pesciolini d’argento nella libreria, nascosti tra la carta e l’inchiostro, capiscono che me ne sto andando.

“Il pavimento di questa casa è davvero stupendo” dico.
“Lei è un’intenditrice!”
Mi accompagna per qualche passo lungo il corridoio, posandomi una mano dietro la schiena.
Mentre esco dall’appartamento psichiatrico, mi tornano in mente tutte le volte che ho avuto terrore ad uscire di casa, anche solo per venire qui. Tutte le volte che manipolavo qualcuno dei miei conoscenti per ricevere assistenza, almeno per certi tratti di strada. Tutte le volte che pensavo di vivere in un ricordo di qualcun altro, con la testa annebbiata e la tachicardia perenne.

E per la prima volta, davvero, mi sentivo presente. Sentivo i centimetri di altezza che avevo raggiunto, per aver finalmente lasciato andare alcuni pesi enormi che trascinavo da anni.
“La ringrazio per tutto dottoressa”, il mio sincero congedo finale.

Devo avere negli occhi la bieca commozione mista ad imbarazzo e sarcasmo che invade l’animo di chiunque sia in terapia farmacologica con antidepressivi – anche se a tutti gli effetti stasera saranno le ultime tre gocce dopo il periodo di graduale diminuzione della dose – perché il tipo che mi guarda mentre esco e mi sistemo il foulard tra i capelli sembra dirmi con lo sguardo Ehi amica siamo tutti sulla stessa barca, non ti preoccupare!

La dottoressa mi fa strada appena oltre il portone e mi dice di farmi forza perché sono una guerriera.
Sono una guerriera?

Sono una guerrilla emotiva.
Sono una persona.
Sono affaticata dai pensieri, perciò decido di decidere che quando sarò a casa farò una doccia bollente per levare via questa membrana invisibile e opprimente che è la mia paura di non farcela.
Il portone si chiude alle mie spalle, insieme al gatto spia, al pavimento di lusso, ai pesciolini d’argento, alle pentole d’epoca appese sui fornelli, ai taccuini con la grafica di case farmaceutiche.

Chiamo l’ascensore.
Ascensoreeeee! Ascensoreeeee, sono al terzo piano!
Non risponde ma arriva, perché qualcuno sta salendo.
È il ragazzo con i capelli da camera mia.
Il suo profumo ora mi trapana i sensi, mi entra nelle narici, attraversa la mia fantasia e si posa in un meandro ben nascosto del mio retrocranio.
La sua sciarpa è in mano, sgualcita.
Aveva gli occhi iniettati di stupore, per se stesso credo.

“Voglio trascorrere del tempo te. E anche tu lo vuoi” mi dice.
“Lo voglio, sì”, gli dico.

 

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