Meditazioni elettriche
Come vorrei essere un sistema formale. Avrei il privilegio di non dovermi sentire in difetto per il fatto di covare in me paradossi ed imprecisioni. Per il glorioso teorema di Gödel permarrei incolume da ogni senso di inferiorità per la mia incompletezza. Oppure vorrei essere una macchina – mi si perdoni la perentorietà di tale desiderio, ma sono una persona semplice e non pretendo di inaugurare slanci agognanti ed inediti, mi accontento del già noto. Se fossi una macchina mi piacerebbe essere un phon. Un oggetto indispensabile per la prevenzione di cervicali persistenti, talvolta salvataggio da camicie dimenticate in lavatrice e impossibili da asciugare mediante le pratiche consuete che richiederebbero troppo tempo. Decisivo nella cura della persona e del suo aspetto, il phon trovo sia un oggetto interessante, che maschera la velleità della preoccupazione estetica attraverso utilizzi possibili piuttosto necessari. E poi emana calore. È un concetto da non sottovalutare. Mi direte: anche il forno emana calore. Avete ragione, ma il calore esacerbato dal phon gode di una trascendenza mitica assolutamente incomparabile all’aggressiva foga dei duecento gradi ventilati con cui milioni di persone cucinano pietanze ogni giorno. Il forno compie metamorfosi; il phon è meno pretenzioso e più affascinante, poiché trascina i suoi utenti in dimensioni parallele al ritorno dalle quali il soggetto torna ad essere il sé di prima ma con una pienezza d’animo e percettiva maggiori, come amplificate. Chiamatemi pure feticista del phon, me ne compiaccio; esso rappresenta per me il compagno inerme di una vita, l’unico che nonostante la mancanza di umanità e di parola, con quel suo ululare magnetico e rauco, sia riuscito a placare tante volte i miei umori irrequieti, rendendo indefiniti i contorni delle cose, delle situazioni, dei pensieri. D'altronde conduco giornate infinite a fare dell’assoluta nitidezza il mio unico appiglio, e molte volte avverto il bisogno impellente di uno stacco totale dalla chiarezza, così mi infilo sotto la doccia bollente prefigurando già il momento in cui, come per mezzo di una ritualità sacrale, concedo al mio ego un momento di assoluto annullamento grazie al successivo utilizzo del phon. È li che emerge il vero me, quello nudo di vestiti e di camici, di maschere e pregiudizi, di autoprivazioni e censure; il me languido, profondo, fragile, sognatore.
Sono un medico, specializzato in diagnostica. I moderni macchinari con cui lavoro mi permettono di osservare chiaramente i tessuti più microscopici dei nostri organismi. Posso dire di sapere tutto sugli esseri umani, giacché siamo nient’altro che un banalissimo conglomerato umidiccio e mostruoso di cellule. Spesso rifletto sul fatto che trattandoci solo di minuscole cose messe insieme è paradossale il fatto che scontrandoci con altri corpi non ci de materializziamo e trapassiamo reciprocamente. Poi mi ricordo che la scissione fisica dei nostri tessuti avviene con la morte, e penso sia meraviglioso lasciare che milioni di cellule costrette per troppo tempo alla convivenza possano finalmente librarsi a loro piacimento nello spazio.
Se qualcuno mi chiedesse cosa penso delle emozioni e dei sentimenti, risponderei senza esitazione che non si tratta ne più ne meno di spostamenti meccanici di materia neuronale ed altri simpatici microrganismi, mossi da milioni di membrane ed agenti chimici, ma nulla che si avvicini a spiritualità o nobili sentimentalismi di sorta. Nulla di quello che trascende la fenomenicità e la materialità è da considerarsi punto e, soprattutto, mai considerarsi come appartenente ad un ordine spirituale del reale, giacché esso non esiste. Tendiamo storicamente a dare nomi semanticamente eterei a tutti i concetti di cui non possediamo ancora una conoscenza certificata. Siamo creature talmente arroganti che piuttosto che ammettere la nostra ignoranza ed apprezzarne la valenza cognitivamente stimolante, ci precludiamo il gaudio che ne scaturirebbe e sublimiamo tali concetti al livello dello spirituale, dell’inconoscibile di cui si ha fede, dell’inconscio. Così parliamo di anima, di istinto, di destino, di fede, di sentimenti. Tutte sciocchezze, eppure l’intera umanità si erge su esse. L’intera civiltà è stata forgiata sulle vestigia delle antiche menzogne e sul rifiuto dell’ignoranza e dell’incompletezza. C’era una strana ragazza, anni fa, che sosteneva che l’esistenza dell’anima potesse essere dimostrata anche solo attraverso un’ecografia. Lei era tutto quello che di più patetico e delicato possa esistere in natura. Una bellezza acerba, tradita dalle movenze frivole e da quei suoi modi spesso inadeguati ed irrazionali, un carattere bipolare. Una sensibilità pungente, un abbandono totale al presente. Non ci ho mai capito granché dei suoi discorsi, ma comunque assistere alla sua esistenza era interessante. Diceva di essere innamorata di me. Ogni volta le replicavo che si trattava chiaramente di cellule particolarmente sovreccitate forse a causa degli ormoni e di non ho voglia di stare qui a specificare scientificamente quali altre sostanze, che si trattava di scosse neuronali alimentate da quella sua mania languida da ragazzina troppo sognatrice. Anche io ero mosso da qualcosa che si avvicina ad una eccitazione sinapsica superficialmente inspiegabile ma che ovviamente può essere sottoposta ad analisi biochimica, eccitazione meccanica di cellule che la maggior parte degli esseri umani si diverte a definire “innamoramento”, ma che ovviamente avrebbe altro nome se solo le persone la smettessero di credere nell’esistenza dei sentimenti. Le mie convinzioni da freddo dottore alimentavano il suo languore e la mia amarezza. Un giorno, comunque, acconsentii a farle un’ecografia all’addome, specificamente nella parte in cui a suo bizzarro avviso risiedesse l’anima, ovvero l’interstizio di membrane muscolari e ventricoli posta fra sterno ed intestino. Un’altra delle sue assurdità. Acconsentii, insomma, le cosparsi quella pelle tenera e pallida di gel e impugnando la sonda iniziai a scriverle cerchi di parole inesistenti sull’addome. Il risultato fu che le diagnosticai una massa cancerosa proprio lì dove era convinta di avere la sua anima. Mi sono spiegato questo evento partendo dal presupposto che ognuno di noi sia stato programmato per comprendere la realtà alla luce di algoritmi esistenziali ad ognuno propri. Per me sono la causa e l’effetto. Per altri il bene e il male. Per lei l’irrazionale e lo spirito. Mi dispiacque doverglielo riferire, eppure lei permase in una sorta di serafica pace come a lasciar intendere che quello che aveva appena scoperto – un male atroce, irreversibile, evidente – in quanto parte di sé stessa, rientrava in ciò che caratterizzava il suo essere nel mondo e che dunque trovava allocazione a suo modo razionale e giustificata. Che assurdità, e che beffa del destino: cercare l’anima e trovare un tumore.
E insomma, dicevo, io vorrei essere un phon, o forse chiedo troppo? Andrebbe bene anche una qualunque altra macchina. Programmazione, esecuzione, margine di errore previsto, risultati. Si attacca una spina, si stacca una spina. Non ci sarebbe alcun castigo per un mio momento di straniamento, nessun rimprovero per un mio assentarmi dal processo di produzione, giacché dipenderei da un innescamento a me estrinseco e per di più equo, che spartisce adeguatamente i momenti di funzionamento e quelli di giacenza.
Invece sono l’ennesimo ed irrimediabile essere umano, lamentoso, spesso insoddisfatto, amareggiato, scoordinato, indifferente essere umano, che nel momento stesso in cui desidera una programmazione del sé – che contempli anche nuove iscrizioni, cancellazioni, formattazioni – si trova di fronte ad un esito fallace. Ed è fallace perché abbiamo deciso che l’incompletezza sia fallace. Sono un essere umano, dicevo, di sesso maschile, in salute moderatamente ottimale, con un lavoro dignitoso ed un volto solcato da goliardiche rughe ed occhiaie a cui nessun agente chimico o gioia potrebbe restituire elasticità e tono.
Io sono una persona semplice. Conduco una vita regolare, non ho alcuna memoria della mia attività onirica. Non ho un animo creativo, e benché sia capace di molti discorsi altisonanti, spesso mi rendo conto che si tratta solo di eleganti vuotezze. Ho preso un foglio l’altro giorno, volevo scrivere a mano. Vani tentativi di costruzioni sintattiche, decine di scarabocchi, per scrivere, alla fine, come dopo un lungo travaglio: “Meditazioni elettriche. Corollario: siamo della stessa sostanza degli annunci che spuntano in sovrimpressione nei siti in cui ci dicono che siamo fortunati e abbiamo vinto centinaia di milioni di euro. Un materiale elettronico fintamente etereo”.
Sciocchezze; ma me ne compiaccio. Amo questo calore elettrico, l’impeccabilità con cui il suo funzionamento produce effetti certi e noti. Amo perdermi nel suo abbraccio di tepore e rumore tantrico. Lo invidio, mi fondo con esso. Mi fondo con la mia incapacità di darmi risposte, con la mia incompletezza, con i miei limiti.
Troppa chiarezza; meglio accendere il phon.
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