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transustanziazione

Pubblicato su da Sara Costantini

Transustanziazione

Una bella parola, fonicamente sublime nella sua allitterazione. Semanticamente strabordante nel suo concetto. Tran-su-stan-zia-zio-ne. Tra-un-su-un-giù-uno-sta-e-si-stanzia-stando-in-una-azione-tra-stazioni-e-sanzioni. Addebiti e rimozioni, sostanze tra stanze, e contrastanti sentenze, su ansie e frequenze, e ripensi che infondo pensare troppo sulle parole può portare a due conseguenze antitetiche; la comprensione ansimante della loro infinita significanza o l’accettazione incalzante dell’assoluta non pregnanza.

Pioveva forte, saranno stati cento inverni che il cielo non vomitava con tanta foga sui nostri corpi e sui lineamenti geometrici catramici della città, fra i meandri della quale le auto stavano ormai avviandosi, sfrecciando, all’estinzione. Strano come tutto tenda all’estinzione, strano come tutto ciò che avverte la fine tenda ad andarle incontro con più foga, quasi fosse mossa da un anelito di morte sin dal suo sorgere. Espansione ed estinzione. Transustanziazione. Che bella parola. Le cose si appartengono vicendevolmente e nonostante il ed in forza stessa del conflitto. Transustanziazione. La realtà è una specie di sottofondo indistinto entro cui membra e brandelli si confondono creando qualcosa che somiglia alla coerenza ma non lo è e lo sembra solo perché noi esseri umani conserviamo maledettamente la categoria a priori della causalità e quindi la reale illusione del tempo. Pioveva a dirotto, con la pesantezza tipica dell’acqua che esce in modo fitto e diseguale – raccogliendosi in flussi più grandi e puntuali – da certi doccini un po’ malconci e vecchi, gli stessi dal quale, puntualmente, è ostico riuscire a trovare un compromesso accettabile fra temperatura gelida e bollente, specialmente se parte di un bagno di una casa in affitto, specialmente se per studenti, specialmente se in periferia.

Le luci della sera sembravano i bagliori di un impero lontano in decadenza, soffocate da aloni di nebbia e distanti centinaia di kilometri dal luogo da cui vengono osservate. Impossibile definire la fonte di provenienza di quelle luci, alcune certamente da lampioni, altre da insegne al neon dalle lettere mancanti e che per questo creano parole buffe, altre certamente da stanze di case piene di persone ma vuote di affetti, luci accese di condomini anonimi in cui gli abitanti non si conoscono ma vivono insieme ignorandosi e chiedendo a volte in prestito qualche suppellettile o una spezia. Il rumore della pioggia sui finestrini componeva una sinfonia di rullanti di qualche band post punk di nicchia o di metallo pesante, ragionata nella sua scarica incomprensibile di battiti e caos, perfettamente inserita nella circostante musica di sottofondo proveniente dalla radio del bus, che in quel momento stava passando una terribile canzone di musica latino americana il cui discutibile valore estetico non impediva di far sbattere a tempo, per un riflesso di inerzia mista a noia, il mio piede destro contro il poggiapiedi del sedile di fronte al mio.
La consistenza del tessuto del sedile era la stessa dei cani a pelo corto ma poco curati, un po’ crespa e un po’ calda, e nonostante la consapevolezza della sporcizia e della polvere e delle esistenze umane ivi posate e passate, non riuscii ad evitare di sprofondarvi dentro come se fosse il più familiare dei plaid di casa dei miei. Pensai che appena arrivata a destinazione avrei lavato a 60° tutti i vestiti che stavo indossando in quel momento, con la candeggina delicata così non si sarebbero scoloriti e avrei lavato anche i capelli, senza ombra di dubbio. Ma probabilmente non l’avrei fatto, pensai, per stanchezza o rassegnazione. Transustanziazione: bipensiero. È sempre così, un cumulo di ragionamenti contorti per ritrovarsi in finale a combattere inutilmente con le correnti contrastanti delle proprie intenzioni e propensioni. Per qualunque cosa. Ma a chi importa? Di certo non al signore barbuto in piena fase rem seduto due sedili più avanti, reggeva grazie a non si sa quale forza una rivista di moto d’epoca fra le mani, il collo evidentemente tormentato da rasoi alla buona monolama e sapone liquido per le mani usato come schiuma da barba, un collo leggermente grassoccio ed inclinato e la testa abbandonata agli scatti provocati dall’urto delle ruote del bus con l’asfalto vagamente dismesso. Di certo non alle quindicenni o poco più dietro di me che continuavano a commentare i costumi da come appresi poco morigerati di qualche coetanea sfortunata, in realtà tradendo loro stesse e mascherando un’invidia mista ad ammirazione per la stessa.

Ma perché pensavo a tutto questo? Perché non potevo semplicemente godermi il silenzio di sottofondo, interrotto qua e là da colpi di tosse e pioggia, accompagnato da quella persistente musica di merda, perché non potevo godermi l’agognata solitudine, l’adrenalina della consapevolezza di avere iniziato questo viaggio per chissà dove? Forse è tutto sbagliato, forse la perizia maniacale con cui osservo le persone e le descrivo è una desublimazione del mio egocentrismo e del modo in cui vorrei essere osservata io, in ogni mia minuziosa piccolezza. Oppure è il riflesso di un’ossessione tormentosa e latente, quella dell’essere osservata così attentamente dagli sconosciuti (anche le persone che crediamo di conoscere sono e resteranno per sempre degli sconosciuti per noi). Oppure entrambi; transustanziazione. Bipensiero. Il pensiero è composto della stessa sostanza dell’essere, e se l’essere può essere detto in molti modi, è anche della stessa sostanza plurivoca e controsenso del linguaggio. Accettare questo fatto fa pesare meno il grave fardello dell’inettitudine umana, ci si sente stranieri a casa nostra, ma è pur sempre una casa.
Niente, non smetteva di piovere. E io dove stavo andando...?

Autostazione di Ancona, ore 15:27, 36% di batteria, un lusso.
Come tutte le città sensibilmente grandi di mare, Ancona promanava un’atmosfera transeunte, sottolineata in particolar modo dal logorio delle mura degli edifici un po’ fatiscenti circostanti la stazione ferroviaria, dal calcestruzzo di lega presumibilmente bassa evacuato e staccatosi dalle facciate delle case, dissolvendosi nel resto del grigiore dell’aere, dalle mattonelle e piastrelle mancanti che andavano a formare delle parole crociate vuote ai lati dei balconi muniti di ringhiere arrugginite. Un senso di contumacia e decadenza che tuttavia testimonia sempre l’antica gloria di una fecondità trascorsa, del fatto che in quei luoghi molte persone sono passate e molti ed inenarrabili sentimenti siano stati espressi e sorti, oppure taciuti, e molte emozioni maturate, molti incontri, grazie allo scontro casuale o predestinato delle cellule universali, accaduti. Adoravo raccogliermi in quella posizione sui mezzi pubblici e promanare a mio avviso quell’aria un po’ mortifera et fascinosa da non-so-che. Ad ogni modo, mi sentivo perfettamente inserita in quell’atmosfera di decadenza, meraviglioso declino barocco, come quello della frutta che nel momento stesso della massima maturazione, e quindi della prossimità al marcire, sprigiona il suo profumo nell’essenza più forte mai avuta prima. Mi toccai i capelli e compresi che quell'odore può essere promanato anche da un frutto acerbo come ero io, a volte, per via del fatto che gli esseri umani, nel corso della loro esistenza, attraversano, ciclicamente, una pluralità di fasi contrastanti che negli anni, per quanto possano essere corrette in certi atteggiamenti, torneranno comunque a ripetersi, conservando sempre qualcosa del modo in cui erano state attraversata tempo prima. Transustanziazione. Si può essere frutti acerbi ma maturi, maturi ma latentemente acerbi.

Proprio non ricordo dov'è che stessi andando.

transustanziazione
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