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conchiglie

Pubblicato su da Sara Costantini

Distanze più lunghe di come siano realmente

Venti fortissimi, silenzi infiniti.
La casa emanava austerità e fumo, le pareti crepate dall’umidità risultavano ancora più tetre perché addobbate da foto scolorite e tende di velluto rosso.
Il balcone pieno di foglie secche e tazzine vuote reclamava la presenza di qualcuno che andasse lì a pensare. Qualche passante temerario si inoltrava frettolosamente tra la nebbia sempre più divagante sulla strada.
Un tuono in lontananza ruppe il brusio del vento.
Gonfio di sentimenti struggenti decise di fare sosta per l’ultima volta su quella terrazza, a ricordarsi quanto il bottino di guerra fosse risultato misero rispetto alle perdite subite. E provocate.


Il mare aveva il colore di una meravigliosa tristezza. Grigio e cobalto mosso da onde violente, solcato da un cielo fitto di ovatta sporca di mascara struccato. All’orizzonte verso sinistra si affacciava una montagna di nuvole nere più dell’ovatta precedente, che lasciavano intuire burrasca.
Le chiome folte dei pini ondeggiavano come i capelli sciolti delle ragazze sulle montagne russe.
Rabbia e tristezza, rabbia e tristezza; questi il suo stato d’animo.

“Ti piace questa conchiglia? L’ho raccolta mentre passeggiavo e pensavo all’effettiva mortalità dell’amore e a quanto abbia ormai completamente perso la fiducia nell’esistenza di esso in me. E ti pensavo ovviamente.”
“Che pensiero gentile.”
“Vieni, lascia che ti annusi la fronte, hai la pelle più bianca del solito. Sei meravigliosa.”
Fingendo di essere scocciata si avvicinò lentamente a lui tirandosi i lunghi capelli sulla spalla, togliendosi le ciabatte e respirando con la bocca semi aperta.
Lui la guardava, ammirava il biancore luminoso delle sue gambe, delle sue gote.
“Non dovremmo più vederci, mi fai del male.” disse lei, con tono secco un secondo prima di abbandonarsi al petto seminudo di lui.
“Ma a te piace il mio male.”
“Appunto. A te non piace. A me in realtà ha stufata; sono stanca di farti sopravvivere.”
La guardò con aria perplessa e affascinata.
“Non capisco.”
Lei si accovacciò in un angolo della terrazza, noncurante della polvere.
“Le persone come te, per esistere, hanno bisogno di una come me pronta a sacrificarsi. L’esteta non sarebbe nulla senza la sua etera adoratrice. Il signore e il servo, lo sai che intendo.”
Poi si alzò di scatto e tornò fra le sue braccia con la fronte rivolta alle sue labbra. Aveva gli occhi vuoti e pungenti.
La banalità di quell’affermazione lo disgustò al punto tale da interrompere il rituale dell’annusarle la fronte.
“Hai ragione, vai via.” La spostò piano tenendola per le spalle gracili.
“Non sono più capace di amare.”
“Non lo sei mai stato. Per questo ti amo.”
Che parole da copione, pensò lui mentre sfilava un sigaro dal taschino.
Con una disinvoltura snervante lei prese le sue cose lì intorno e se ne andò senza salutare né chiudere la porta.
In un attimo la casa si riempì di una tristezza meravigliosa. La solitudine tanto auspicata aveva finalmente il sopravvento.


Aveva con sé un vecchio libro ed una penna blu. Detestava le penne blu.
Pensò a quanto le cose andassero sempre non abbastanza bene.
Non sapeva urlare ne piangere. Iniziò a scrivere.

“Ho capito adesso una infinità di luoghi comuni
che andarsene via è necessario, e non tornare. Che la solitudine è la migliore casa, che l’amore non esiste perché finisce perché siamo bestie, che l’alcool fa male fa invecchiare, che fa tutto schifo
Che lo scetticismo è la conseguenza di ogni ragionamento coerente, che la politica contiene in sé la negazione dell’umanità, che l’umanità è solo l’esito di un progressivo allontanamento dalla natura, che siamo tutti uguali nella nostra insignificanza.
Me ne voglio andare, questo posto mi ammuffisce.
Mi rende intollerante a qualunque rapporto, mi annoia, mi immobilizza in una stasi intellettuale e fisica. Vorrei correre senza pensare alle carni molli che traballano, vorrei non asciugare mai i capelli senza la frustrante paura del mal di testa. Vorrei smettere di lavarmi, di mangiare.
Vorrei essere libera dai sentimenti, dai legami. Chi mi dice che le nostre vite non siano altro che questi milioni di gusci di conchiglie ammucchiati frantumati a riva, inosservati, abbandonati, senza nome. Perché ci è stata data una coscienza? Per renderci conto ad un certo punto della nostra vita, che tutto è niente? Cosa c’è in tutto questo di rasserenante?
Vivere, aspettare la morte… illudersi della bellezza dell’età, della saggezza della vecchiaia, del vigore dell’adolescenza.
Vorrei smetterla con l’auto referenzialità, con l’auto erotismo, con lo scrivere… a che serve?
Come posso conciliare il mio narcisismo con queste consapevolezze logoranti?
La vita è un continuo rendersi conto del proprio disagio. È davvero mortificante.
È terribile avere una coscienza.

un minuto di contemplazione del vuoto -


Fortunatamente il fatto che idealizzo le persone rende più veloce il naturale processo per cui esse manifestano la loro vera natura, disilludendomi, e crollano per sempre, uscendo dalla mia vita in modo irreversibile e privo di traumi.
Per questo a volte ripenso a chi mi ha delusa e mi sembra di non aver mai conosciuto una certa persona, come se fosse tutto pacificamente finto.
Questo ogni tanto, soprattutto nelle notti di insonnia, mi provoca certo una dose di ansia non decifrabile. Si, perché mi fa paura pensare alla non memoria. Rabbrividisco di fronte al pensiero della dimenticanza.
E’ una sensazione che mi paralizza in un panico totalizzante e mi fa girare la testa. Ma dura poco.
Poi cado in un sonno profondo che ingoia e cancella tutto. Come un’onda impetuosa cancella le orme dei piedi sul bagnasciuga. Come un apparato digerente che non digerisce, dissipando tutto nell’organismo in particelle minuscole prive di unità e per questo di importanza. Le cose piccole e disorganizzate non valgono niente. Non incidono sull’andamento generale delle cose se non attraverso interdizioni momentanee e incubi. A volte tutto può tradursi in gesti compulsivi, ma me ne rendo subito conto così vado al mare ad urlare e urlare e piangere e poi tutto finisce per sempre.”


Si fermò un attimo a prendere respiro e a riposare il polso; aveva scritto un mucchio di cose sconnesse e senza rielaborazione, le aveva gettate su quel foglio misero come il vomito improvviso sull’asfalto durante un viaggio di ritorno da una serata di alcool scadente.
Guardava commossa i suoi piedi, poi le gambe, poi la sabbia, le onde, le palafitte, l’orizzonte, il cielo l’universo, la morte. L’ignoto. La bellezza senza descrizione del silenzio contornato dal ruggire del mare simile al rumore dei microfoni spenti in una chiesa prima che inizi la cerimonia domenicale, quando un leggero chiacchiericcio si dipana tra i banchi ma non si sente altro che una eco muta.
Buttò via il foglio e la penna e si distese languida sul bagnasciuga.
I capelli iniziarono ad inumidirsi, le carni morbide ad adagiarsi scomposte, i pensieri avevano finalmente interrotto il loro flusso.
Accarezzava la sabbia e trovò una conchiglia. Aveva un colore strano, tra l’antracite e il blu.
Aveva il colore del cielo di quel giorno, aveva il colore della tristezza meravigliosa. Il colore della verità.
Non ci pensò due volte.
Si alzò di scatto umida e infreddolita, dirigendosi al solito posto di lui.

Era lì pensieroso e con la solita espressione da morte apparente mentre sorseggiava qualcosa di putrido.
“Ho capito tutto.”
La guardò esterrefatto, era scomposta ed affannata, con gli occhi lucidi di una euforia bacchica.
“Questa l’ho raccolta mentre mi sono resa conto del non senso della vita, e ti pensavo, ovviamente.”

Lasciò davanti a lui la conchiglia e scappò ridendo in modo isterico.
Lui si rese nuovamente conto di cosa era stato perso.
Intanto iniziò a piovere.

conchiglie
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