Che inutile che è il tasto per prenotare il verde al semaforo pedonale.
Lo sai, crescere si sposa fin troppo bene con la malinconia,
il dolce oblio che accarezza ogni pensiero potenzialmente vitale e che la tua mente tuttavia associa allo scorrere inesorabile del tempo, al ripetersi meccanico e banale degli eventi, all'atrofizzazione.
I colori pastello e i profumi d'agrumi non sono da sfondo ad un dolce simposio,
quanto piuttosto ad una distaccata e cinica afasia.
Vedere come tutto intorno gira e si muove, vedere sorrisi pietrificati in cheese fotografici e fissati in EffettiVintage con le applicazioni del cellulare.
Vedere bicchieri, sigarette, serate.
Storie d'amore di plastica, riciclabile fino alla totale biodegradabilità.
Vedere ed invidiare la superficiale e idiosincratica felicità dei tuoi coetanei esasperatamente illusi e ciechi; vederli vivere nella loro atroce ignoranza come fossero topi da laboratorio.
Vedere le ceneri di tutte quelle foto bruciate che lasciano ancora l'orribile odore di alcool.
Sentire qualcuno parlare ma tu percepisci nient'altro che fastidiosi echi remoti e privi di ogni senso che presto o tardi si confonderanno con il brusio elettronico emesso dal decoder.
Parla ancora o sono in fase rem?
E tu cosa fai?
Sei su un letto a due piazze a fissare il soffitto mentre ricordi vagamente che si tratta di uno dei tuoi momenti, che in qualche modo un viaggio in treno o uno yogurt 0,1% grassi sanno esorcizzare.
Ma nel frattempo vivi questo momento e cerchi di scorgerne il filo logico che deve esserci, deve esserci una logica in tutto questo.
Fin troppo difficile trovare fuori di sé quella logica, troppo difficile per non darsi tutte le colpe e tutti i meriti, per perdersi nelle proprie illogicità fatali e debolmente perire dentro.
Che inutile che è il tasto per prenotare il verde al semaforo pedonale.
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