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KWay

Pubblicato su da Sara Costantini

Un’altra mattina cerulea in cerca di redenzione. Ignoravo dove fossero tutti i miei averi, dal cellulare – meglio averlo lontano, porta guai e poi le onde elettromagnetiche pare facciano venire il tumore – alla borsetta, ai miei vestiti. Dall’angolo di finestra scoperto dalle tende potevo accorgermi dell’intenso biancore invernale del cielo. Trasmetteva malinconia e pochi gradi centigradi, ma fortunatamente i corpi sconosciuti ai fianchi dei quali giacevo mi garantivano un gradevole tepore nonostante la mia nudità e l’assoluto senso di vuoto che avevo dentro. A giudicare dai vacui ma presenti rumori della strada, doveva essere mattino inoltrato, e stando al fragore acquitrinoso che accompagnava il movimento degli autoveicoli, supposi che stesse piovendo, o avesse piovuto abbastanza da creare una patina di pioggia sull’asfalto. Avrei potuto alzarmi immediatamente e scappare, ma restare lì in quel groviglio di arti e respiri interrotti da colpi di tosse e ruggiti del sonno aveva qualcosa di rassicurante. Non ci avevo mai pensato: dormire con qualcuno è qualcosa di estremamente intimo e segno di fiducia incondizionata. Dormire con qualcuno espone alla massima vulnerabilità. Quando dormiamo siamo prede dell’inconscio più recondito, impegnati in indicibili attività oniriche spesso rimosse al risveglio, in un momento di massima partecipazione a se stessi; eppure non ne siamo coscienti. E se qualcuno è con noi mentre dormiamo, cazzo, quel qualcuno sta assistendo a questa fusione mistica inconscia, a questo momento di massima assenza-presenza di noi stessi. Ed è un privilegio. È un privilegio dormire con qualcuno.
Comunque nel mio caso per nulla al mondo avrei voluto restare lì a dormire, non avevo idea di dove fossi, ma gli ultimi ricordi che avevo erano un bancone e degli sgabelli molto alti da cui caddi più volte, perciò è verosimile che mi avessero trascinata di peso nel luogo in cui ero. Continuai a guardare il lembo di cielo impudico in quanto scoperto dalle vesti delle tende appese alla finestra: ma perché non succede mai quello che vorremmo noi?
Con amarezza nel cuore realizzai a quanto lontana da me fosse la felicità.
Piansi un po’, ma senza tristezza, era più una accettazione indesiderata. Era più un capriccio senza protesta, a cui in qualche modo dovevo fare sfogo. Chiusi gli occhi e cercai di immaginare la mia vita senza i miei errori. Era impossibile. Rimasi con gli occhi chiusi. Il colore che si vede a palpebre chiuse è un altro degli spettacoli che non smette mai di impressionarmi. È una cosa naturale chiudere gli occhi, eppure pensiamoci: essi non sono chiusi davvero, cioè, essi permangono uguali a se stessi, non cessano di avere pupille attive – altrimenti a palpebre chiuse non vedremmo niente, quando in realtà vediamo un buio tralucente pullulante di ombre per la luce dell’ambiente pieno di sagome oltre il nostro sguardo. Deve essere la stessa percezione che hanno i feti partecipando all’esistenza del mondo da dentro il liquido amniotico. Gli occhi non si chiudono, semplicemente vengono coperti, vuoi per protezione, vuoi per fisiologia o chissà che altro; anche se con ogni sforzo ci adoperiamo per coprire o “salvaguardare” qualcosa – scambiando la preservazione con la censura – quel qualcosa non cessa di pulsare, o semplicemente esistere, al di sotto dello schermo che vi apponiamo sopra. Mi soffermai su questo fatto e capii quanto inutili siano le resistenze ai propri sentimenti e desideri. Perché lo facciamo? Perché nascondiamo le paure chiamando razionalità quella stupida mania di ipercontrollo di se stessi? Riaprii gli occhi, avevo sforzato troppo la vista per guardare il pulviscolo incandescente che sembrava dimenarsi sulle mie palpebre chiuse, e spostando lo sguardo sul soffitto bianco, intravidi come in una visione dei puntini, uno dietro l’altro. Dei puntini di sospensione… Quei segni di interpunzione che si usano quando non si ha molto da aggiungere, o forse si vorrebbe aggiungere molto, troppo, e colti dal precorrimento dell’imbarazzo di eventuali risposte scomode non si dice altro. Perché la comunicazione è fatta perlopiù di discorsi impliciti, con la conseguenza di innumerevoli fraintendimenti.

Mi sentivo proprio lì, fra i microscopici spazi intercorrenti fra i punti, che però se li unisci non formano nessuna sagoma, ma solo una linea retta, immaginaria, seguente solo a se stessa, uguale, rivolta verso direzioni ignote. Mi sentivo fra gli spazi angusti, tra una fine non conclusa e un non-ancora di cui ero incapace di immaginare l’avvio. Con la morte dentro percepivo l’inizio di quel nuovo giorno con la stessa adrenalina di cui si sa il finale, come quella che si prova salendo su una vecchia giostra pericolante in un lunapark grottesco, su cui si sale nonostante tutto, perché ci salgono tutti, perché si presume sia collaudata, perché si sa che il giro sulla giostra dura poco, benché spaventoso. Richiusi gli occhi. Decisi di impegnarmi a smettere di interpretare il mio essere nel mondo come susseguirsi di scelte sbagliate, di smettere di ritenermi colpevole di essere così, di essere me, di esserci. La parola errore cova in se qualcosa di sinistro, fa riferimento ad un’assiologia discriminante per cui necessariamente qualcosa sia bene e qualcosa no, trascurando le infinite sfumature di più o meno tenui colori che si interpongono fra il bianco e il nero. Decisi di impegnarmi di smettere di interpretare le mie azioni come sbagli reiterati, preferendo definirli neutralmente comportamenti.

Giudicando di avere sufficiente forza in corpo, mi alzai repentinamente da quel camposanto di lenzuola aggrovigliate e corpi senza volto. Massaggiai le tempie e notai con disgusto la ricrescita fastidiosa al tatto e alla vista della peluria nelle mie parti intime. Santo Dio. Comunque mi imposi di non darvi importanza e mi adoperai per la ricerca di qualcosa che somigliasse ai miei indumenti. Durante la caccia al tesoro sentivo distintamente i classici rumori del mattino, ed era poetico a suo modo. Una moka che stava traboccando qualche stanza più in là, voci straniere di passanti rumorosi in strada, rubinetti aperti, poi chiusi, lavatrici. Ascoltare il canto stridulo della centrifuga la domenica mattina è uno di quei fatti che anche se è la centesima volta che succede, non cessa mai di stupire. Sembra sempre la prima volta. Come quando vomiti dopo aver bevuto troppo, o il primo giorno di ciclo mestruale, o resti allibito per una delusione che si ripete di nuovo. Sono sensazioni –negative, positive, neutre – a cui non ci si abitua mai davvero. Forse perché siamo creature a cui è stata inflitta la sofferenza psicologica, che, a differenza della naturale sofferenza fisica, coinvolge sincreticamente ogni dimensione personale, tanto che l’emotività si ripercuote sulla psicosomatica. E il coinvolgimento emotivo segna sempre nell'anima. È perché non impareremo mai a perdere senza accettare un ridimensionamento del proprio ego.
Il rumore della lavatrice comunque l’ho sempre trovato familiare e rassicurante, in quanto foriero di quotidianità, benché meccanica, e di possibilità di catarsi. Lavare i panni, dare loro una seconda, terza, millesima possibilità. Assurdo che solo nei confronti degli oggetti gli esseri umani riservino una tale pazienza.

 

Finalmente trovai il cellulare, c’erano diverse chiamate perse e un messaggio incompleto mai inviato che recitava testuali errori e parole:
«problema. doveva essere una mail infinità in cui dicevo che non sei il cntro del mio universo ma la verità è che lo sei è stupendo e come ogni centro di universo sei un buco nero un vuoto assoulto che disintegra tutto uno squarcio amateriale che tutto annulla. annullami». Vidi il destinatario e ringraziai gli dei che non esistono per avermi risparmiata dall’ennesima sconfitta. Coprire e preservare, censura. Ipercontrollo, razionalità.

Rinunciai alla vana ricerca dei miei vestiti: ormai era diventata ingestibile l'intolleranza verso quel luogo, quindi presi il Kway di qualcuno e mi ci avvolsi come un cadavere  estratto da un luogo del crimine. Non salutai l’essere sinistro e acneico che intravidi nella stanza davanti la camera da cui stavo uscendo – che tuttavia mi guardò con interesse e perplessità – e sgattaiolai velocemente fuori dal portone d’ingresso.

L’architettura omogenea fatta di palazzine medio borghesi adornate da tigli e pioppi mi suggeriva si trattasse del quartiere residenziale a ovest della città – quindi lontanissimo da casa mia – famoso per l’assenza di stazioni di metropolitane e pizzerie al taglio. Camminai una decina di minuti, colma di peripezie mentali e freddo percepito in ogni parte del mio corpo dolorante e scarne. Le persone mi sembravano tutte brutte allo stesso modo e qualcosa mi fece pensare che la sensazione fosse reciproca da parte loro, guardandomi. Una leggera umidità intrise l’aria attualmente povera di smog in quanto giorno festivo; finalmente il ponte della ferrovia. Misi le mani in tasca e trovai un paio di spicci e del tabacco American Spirit giallo. Le scarpe slacciate, mi guardai intorno e nonostante tutto quella città mi apparve per la prima volta in tutta la sua contraddittoria postmoderna bellezza, e capii che era esattamente quello il luogo in cui avrei dovuto essere in quel momento.
Pochi centimetri mi dividevano dalle grate e dal vuoto sottostante il ponte. Salii sul muretto e rullai una sigaretta senza filtro.
Fumare nuda sotto un kway mi sembrò la cosa più emozionante del mondo.

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